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Catalogna, una crisi da 17 miliardi

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Catalogna, una crisi da 17 miliardi

  • –Luca Veronese

La Catalogna è spaccata in due e le elezioni regionali del 21 dicembre, quasi certamente, non attenueranno lo scontro sull’indipendenza. A un mese dal voto, il fronte indipendentista è di poco in vantaggio su quello unionista con il 47% dei consensi e una maggioranza in Parlamento ancora da conquistare. La campagna si svolge sotto la “protezione” dell’articolo 155 della Costituzione: la Generalitat è commissariata e l’autonomia regionale di fatto azzerata. Si è sciolta la coalizione secessionista che aveva sfidato Madrid: la Sinistra repubblicana ha scelto di correre da sola e Oriol Junqueras, ancora in carcere, sembra essere ormai, anche nelle intenzioni di voto espresse dai cittadini catalani, il vero leader degli indipendentisti; mentre l’ex presidente, Carles Puigdemont, dal suo esilio in Belgio guida i nazionalisti-conservatori di Junts per Catalunya e continua ad attaccare il premier Mariano Rajoy per non avere accettato di negoziare e e Bruxelles per non avere voluto mediare.

«La politica catalana sembra bloccata e sembrano esserci pochi margini di movimento per le diverse forze, ma non è così», dice Oriol Bartomeus, politologo e professore di Scienze politiche all’Università autonoma di Barcellona. «Dentro ai due fronti e dentro ai partiti ci sono movimenti che potrebbero cambiare il senso dei risultati elettorali e di quello che avverrà dopo il voto: potranno essere determinanti la mancata presentazione di liste comuni, l’evoluzione delle inchieste giudiziarie che vedono ancora in carcere metà del governo regionale e che coinvolgono anche Puigdemont, così come ogni fatto eclatante che dovesse avvenire da qui al 21 dicembre. L’incognita maggiore riguarda infatti il grande spazio degli indecisi moderati che nel 2015 votarono, da un lato, per Junts per Sì (che univa Puigdemont e Junqueras) e, dall’altro, per gli unionisti di Ciudadanos. Il loro voto è mobile, definirà i risultati e resterà incerto fino alla fine».

«Gli ultimi sondaggi - dicono Apolline Menut e Antonio Garcia Pascual di Barclays - confermano che i partiti indipendentisti dovrebbero superare di misura i partiti unionisti per numero di seggi nel Parlamento catalano ma non per numero di voti nella regione». Per gli analisti di Barclays, Junqueras e Puigdemont «potrebbero avere cambiato strategia, puntando a ottenere un referendum concordato sull’indipendenza invece di insistere sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza». «Ci aspettiamo - dicono inoltre - che, come risposta, gli unionisti metteranno sul tavolo una riforma della Costituzione per accogliere alcune rivendicazioni senza tuttavia concedere modifiche che possano portare alla secessione». Un ruolo non secondario potrebbe essere giocato da Catalunya en Comú: la lista che fa capo al sindaco di Barcellona Ada Colau e a Podemos chiede un accordo tra Madrid e Barcellona perché i catalani si possano esprimere sull’indipendenza ma nel rispetto della Costituzione.

«Lo scontro che si è andato intensificando di recente, è destinato a creare tensioni politiche per anni» e anche per questo le ripercussioni sull’attività economica dell’intero Paese potrebbero essere pesanti, spiega Angel Talavera, economista di Oxford Economics. «Le tensioni politiche hanno già fatto aumentare l’incertezza ai livelli massimi degli ultimi dieci anni e il Pil potrebbe ridursi dell’1,5%, rispetto al suo sviluppo di base, da qui alla fine del 2019, un calo che si traduce - aggiunge Talavera - in circa 17 miliardi di euro. In termini annuali la crescita del Pil potrebbe attestarsi all’1,5% nel 2018 e al 2% nel 2019, contro una previsione di base del 2,6% e del 2,4%».

Si lavora già al dopo-elezioni. Comunque vada Madrid e Barcellona dovranno tornare a dialogare. Ma su quali basi? «Un risultato superiore al 50% dei consensi potrebbe dare nuova legittimazione ai partiti pro-indipendenza - affermano ancora Menut e Garcia Pascual - e potrebbe essere interpretato come un fallimento del governo spagnolo nella gestione della crisi». E oltre a rilanciare le rivendicazioni secessioniste potrebbe rompere gli equilibri a livello nazionale mettendo in difficoltà Rajoy che sta governando senza maggioranza.

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