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Putin, missione compiuta in Siria:  la regia del dopoguerra…

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la diplomazia di mosca

Putin, missione compiuta in Siria: la regia del dopoguerra è sua

Tutti per uno: in attesa di definire il futuro della Siria, Putin ha riunito a Sochi l’iraniano Rohani (a sinistra) e il turco Erdogan
Tutti per uno: in attesa di definire il futuro della Siria, Putin ha riunito a Sochi l’iraniano Rohani (a sinistra) e il turco Erdogan

Vinta grosso modo la guerra, Vladimir Putin si prepara a organizzare la pace. La tempistica, a tre mesi dalle elezioni, è ottimale: il Cremlino, che ha appena ordinato alle grandi compagnie del Paese di produrre regolarmente “buone notizie” che lo mettano in bella luce, potrà scatenarsi anche sul fronte della politica estera. Sostituendo i reportage militari con il trionfo diplomatico che maturerà nelle prossime settimane.Facendo coincidere una campagna elettorale - che il presidente non costruisce mai su comizi e dibattiti ma sulla propria azione di governo - con la svolta in un conflitto che ha devastato la Siria per più di sei anni. Il Cremlino raccoglie i frutti del suo intervento in Siria: prima che i nodi vengano al pettine.

Lunedì il presidente siriano Bashar Assad era salito a Sochi, la capitale diplomatica di Putin sul Mar Nero, per rendere omaggio all’uomo che gli ha salvato il regno e il posto. Anzi, agli uomini: gli alti gradi delle forze armate russe a fianco di Putin, che non ha girato intorno al senso di quell’incontro: «Vorrei presentarle le persone che hanno avuto un ruolo chiave nel salvare la Siria», gli ha detto. Assad ha ringraziato.

«C’è ancora molto da fare prima di ottenere una vittoria completa sui terroristi», ha ammesso Putin. Ma ciò che conta per lui è annunciare che si torna a casa; avviare il ridimensionamento della missione in Siria mantenendo comunque la base navale di Tartous e quella aerea di Latakia. Nel frattempo, l’imperativo di un’uscita di scena di Assad sembra finito in disparte, anche se il leader siriano ha pochi margini di manovra: a Sochi non ha potuto far altro che cedere all’ospite la gestione del dopoguerra nel suo Paese.

E Putin ha iniziato a definirlo due giorni dopo - mercoledì - con gli altri due vincitori: il presidente turco Recep Tayyep Erdogan e l’iraniano Hassan Rohani. L’esito del conflitto li ha portati vicini, strana coppia a cui Putin è riuscito a strappare l’appoggio comune a un Congresso di “dialogo nazionale” che si svolgerà per l’appunto a Sochi, e che mira a riuscire dove americani ed europei finora hanno fallito: mettere di fronte il governo siriano e l’opposizione, fargli costruire la nuova Siria insieme dopo sei anni di massacri.

Dopo aver affiancato Turchia e Iran, convincere a collaborare quel che resta dell’opposizione ad Assad sarà la prova del nove per Putin che in qualche modo vuole strappare l’iniziativa alle Nazioni Unite, affiancandosi ai negoziati che riprenderanno a fine mese a Ginevra. Con il presidente russo parlano tutti: dopo aver visto Assad, Putin ha telefonato a Donald Trump e all’egiziano Abdel Fattah al-Sisi, al premier israeliano Benjamin Netanyahu e al re saudita Salman. Con ciascuno di loro Putin sottolinea gli interessi comuni, in particolare con l’Arabia che con Mosca sta gestendo una fase delicata di ripresa dei prezzi del petrolio: altro terreno dall’equilibrio scivoloso, dove anche il punto di vista di due grandi produttori come russi e arabi non sempre coincide. In Siria, Putin dovrà far coesistere il consolidamento di Teheran con il ridimensionamento di Riad, che ha armato l’opposizione ad Assad. La guerra starà finendo, ma la partita diplomatica inizia ora.

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