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Il realismo (forse) tardivo di May e dei Tories

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Il realismo (forse) tardivo di May e dei Tories

  • –Leonardo Maisano

Gli ottimisti contano su un artificio lessicale capace di placare al tempo stesso le ansie irlandesi e nord irlandesi. Un cerotto per andare avanti non sarebbe una novità nella storia delle relazioni intraeuropee, i precedenti si sprecano. È possibile che il vertice di metà dicembre finisca davvero con un’acrobazia sintattica per mandare la palla avanti nella speranza di risolvere il contenzioso sul confine fra Ulster e repubblica d’Irlanda (si veda l’altro articolo, ndr)durante la seconda fase di trattative, quelle sul merito delle successive relazioni anglo-europee. Se il veto minacciato da Dublino dovesse, invece, prevalere tutti gli sforzi dispiegati dalla signora primo ministro Theresa May in questi mesi risulterebbero vani: un no dei Ventisette alla fase due del negoziato la condannerebbe, decine di deputati Tory sono pronti a chiederne la testa. Anche il rischio di elezioni anticipate, prologo a una probabile vittoria dei laburisti di Jeremy Corbyn, potrebbe non bastare a trattenerli.

Per sopravvivere politicamente la signora di Downing street ha pertanto bisogno, sul brevissimo, di un accordo con i Ventisette per avviare, subito, il negoziato sui rapporti futuri con Bruxelles. È questa esigenza all’origine del progressivo realismo calato sul governo britannico.

Sotto gli slogan dei brexiters non resta più niente. Non regge l’equivoco “nessun accordo meglio di un cattivo accordo”, si squaglia il mantra dell’arricchimento nazionale grazie ai risparmi garantiti dall’uscita dall’Ue, si stempera anche l’idea della sovranità recuperata. La Corte europea di giustizia continuerà a “interferire” con Londra quantomeno nella fase ponte che dovrà accompagnare il Regno verso il pieno distacco per almeno due anni dopo il marzo 2019; l’accordo finanziario chiacchierato in queste ore è a un’incollatura da quanto richiesto da Bruxelles, veleggiando attorno ai 50 miliardi di euro netti contro i 60 considerati il target della Commissione; l’ipotesi di un “no deal” è ormai cara solo a un manipolo di ultrà del Tory party.

La realtà che emerge oggi è, da sempre, la più prevedibile: un’uscita dall’Ue indolore, verso un’arcadia prossima ventura, non esiste. Un minimo – minimo minimo – di onestà politica e senso dello Stato da anteporre agli equilibri interni ai conservatori avrebbero svelato l’evidenza in tempo per evitare guai che il mondo produttivo continua a denunciare. Dall’automotive ai servizi finanziari il coro non fa una stecca. Si chiede chiarezza su quanto accadrà, si domandano lunghi periodi-cuscinetto (gli agricoltori chiedono anni di transizione) per attutire le conseguenze di un danno inevitabile. La Banca d’Inghilterra, ecumenica, dice che il banking è solido ma invita, nello stesso tempo, ad accantionare altri 6 miliardi fra le riserve, mentre da mesi pil e consumi sono in battuta, condannando Londra a muoversi nel girone più lento delle economie occidentali.

Gli eurofobi nel governo sembrano consapevoli di tutto ciò e a mezza bocca fanno sapere di sostenere la linea della signora premier, anche se i 350 milioni alla settimana alla sanità pubblica da loro dati in pasto agli elettori si sono trasformati in una stretta da 50 miliardi. Non la impone Bruxelles, per volontà anti-britannica, ma è scritta nelle regole di adesione che non tutti, evidentemente, avevano letto.

Un bagno di realpolitik british style, dunque, spinge Londra verso un’apparente ragionevolezza negoziale. Perché l’intesa possa bastare è necessario che anche la terza gamba dell’accordo trovi adeguato sostegno. Risolto, come sembra, l’impasse economico, definita, come pare, la condizione dei cittadini Ue, resta l’enigma nord-sud-irlandese. Il banco può ancora saltare da qui al 15 dicembre e se il fallimento della trattativa maturasse in nome dell’Ulster, Londra, Bruxelles e Dublino metterebbero la firma in calce a un disastro storico con conseguenze imprevedibile negli angoli di Belfast e i vicoli di Derry.

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