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Il Regno (Unito) contro Trump e le ombre del razzismo

TWEET PRESIDENZIALi

Il Regno (Unito) contro Trump e le ombre del razzismo

Al presidente americano Donald Trump è riuscita un’impresa epica, vista dall’osservatorio di Londra. Con un tweet di condivisione - seguito da un altro tweet per far sapere a tutti di non essersi sbagliato - ha riunito la scena politica britannica nel momento di massima confusione del Paese.

Una platea in armi sotto i vessilli della Brexit, divisa come mai prima d’ora su ruolo e destino del Regno Unito nel pianeta, ha scosso compatta la testa alla nuova scivolata della Casa Bianca. Ci riferiamo al sostegno pubblico che Trump ha dato a un video twittato da “Britain First”, una simpatica banda di suprematisti bianchi, nati da una costola del British national party, organizzazione di stampo neo-fascista ai margini della politica e della vita del regno di Elisabetta. Il tweet presidenziale ha dato al gruppo una dignità mai avuta, innescando la reazione ferma di Theresa May, quella fiammeggiante del leader laburista Jeremy Corbyn, ma anche quella meno ovvia – salvo smentite prossime venture – dell’eurofobo Ukip, che ha preso con decisione le distanze dalle intemperanze dell’amico ( Donald Trump è amico personale di Nigel Farage) d’Oltreatlantico.

Sulla very special relationship anglo-americana si è scritto e riscritto, al ritmo di rapporti che mai come ora appaiono ai minimi termini. La Brexit, e ancor di più l’approccio alla Brexit voluto da Theresa May, aveva spinto tanti, anche da queste colonne, a immaginare il rilancio di un’intesa scolpita da Thatcher-Reagan, consolidata – sulle ceneri dell’Iraq – da Blair e Bush e, in tono molto minore, da Cameron e Obama. Nelle fantasie di un fulgido destino post-imperiale per un Regno affrancato dall’Unione, tanto care ai Brexiters, a Washington spettava un
ruolo centrale, partner-chiave per attutire l’impatto del divorzio dall’Ue.

L’anglosfera tutta avrebbe dovuto rendere omaggio alla generatrice prima, ricreando le antiche liaison politiche, economiche, commerciali per permettere a Londra di librarsi nel pianeta, cogliendo il meglio da fior in fiore. Relazioni che esistono, sia chiaro, ma che non si stanno affatto dimostrando così solide da poter ammortizzare le conseguenze della Brexit. Due esempi in ordine sparso. Il primo riguarda Bombardier. I dazi voluti dagli Usa a tutela di Boeing sono capaci di far saltare i delicati equilibri del lavoro in Ulster dove il gruppo canadese impiega migliaia di persone. Il paradosso è che ora tocca alla Commissione europea tutelare le istanze di Londra contro Washington per evitare che la mossa di Trump costringa Bombardier a tagliare le unità produttive britanniche. Il secondo episodio arriva dai mari del Sud, da Australia e Nuova Zelanda che non intendono rinunciare a nessuno dei vantaggi commerciali concordati con l’Ue per far spazio a una Gran Bretagna in uscita dall’Unione e
alla ricerca di un posto solitario nella Wto.

A rendere problematica la very special relationship anglo-americana non è solo l’anomalia rappresentata da Donald Trump, eccezione suprema rispetto alla regola della politica statunitense. È il corso della storia. Se il gigante americano abbraccia logiche protezioniste che spazi ha di reazione un Paese come la Gran Bretagna con un grandissimo passato alle spalle, ma un presente – se preso fuori dal contesto Ue – fatto di numeri assai più contenuti ? Un interrogativo a cui i Brexiters replicano sventolando la gloria e occasionalmente i numeri di cicli economici più volubili del previsto. Non basta.

Fuori (dall’Ue), rischia di far freddo, dunque. Molto più freddo del previsto e non solo nella logica strettamente commerciale. Nella battaglia transatlantica dei tweet scatenata da Donald Trump si legge molto di più delle ricadute economiche prodotte da un’amicizia in crisi. Il gap oceanico svelato dalla penosa querelle è nell’approccio culturale: mai in Gran Bretagna, anche in quella avvelenata dalla Brexit, i leader dei mainstream parties si sarebbero lasciati andare a commenti come quelli sottoscritti dal presidente Usa. Il razzismo, o solo un’ombra di esso, non hanno spazio nella vita politica del Regno Unito. Per questo vogliamo credere che l’osmosi fra isole britanniche ed Europa continentale prodotta da decenni di vita in comune abbia lasciato il segno al di qua e al di là della Manica, creando una sensibilità comune che per molti aspetti rende il Regno più vicino a Bruxelles di quanto non lo sia a Washington, alla Washington di Trump almeno. Nell’ora della Brexit prevalgono istanze che uniscono su quelle che dividono, ma a Londra non se ne sono accorti.

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