Mondo

Così le attese sugli sgravi hanno «gonfiato» Wall Street

Europa

Così le attese sugli sgravi hanno «gonfiato» Wall Street

  • –Andrea Franceschi

È passato poco più di un’anno dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca e la Borsa americana viaggia su livelli record. Dal voto l’indice S&P 500 ha guadagnato il 27% e la capitalizzazione dell’intero listino americano è cresciuta di oltre 8500 miliardi di dollari. Sono cresciute soprattutto le valutazioni delle società quotate. Ossia quegli indicatori che, rapportando il prezzo delle azioni a indicatori di bilancio come il patrimonio, gli utili o i ricavi, danno una misura del prezzo giusto delle azioni. Oggi il valore di mercato delle maggiori società quotate americane è pari a 3,2 volte il loro patrimonio (la media dell’ultimo decennio è 2,45) e 18 volte gli utili attesi (la media storica è 14). Chi compra oggi sull’azionario americano insomma non lo fa a prezzi di saldo. Se ciò succede è perché il mercato sconta gli effetti sugli utili societari della riforma fiscale in discussione al Congresso. Il piano di stimolo fiscale è stato uno dei cavalli di battaglia di Trump in campagna elettorale ed è soprattutto in ragione di questa promessa che il mercato ha reagito positivamente alla sua vittoria elettorale.

Un rally basato su aspettative insomma ma quale impatto potrebbe avere il piano di stimolo fiscale sugli utili societari che sono il principale indicatore che muove i prezzi delle azioni? Quale sarà ad esempio l’impatto del taglio della “corporate tax” dal 35% al 20 per cento? Un aspetto da considerare è quello della tempistica. Le leggi passate in Camera e Senato hanno differenze importanti: se la prima lo vorrebbe mettere in atto già dal prossimo anno il Senato vorrebbe uno slittamento al 2019. Al netto della tempistica di applicazione è opinione comune tra gli analisti che l’impatto sarà molto differenziato a seconda del conto fiscale delle singole società. Non tutte le quotate pagano le stesse tasse e una fetta consistente paga significativamente meno di quanto dovrebbe. Microsoft, per citare uno dei casi più eclatanti, risulta avere un tax rate di appena il 9% secondo la banca dati S&P Market Intelligence. Si può stimare un 27% per le “big” che fanno parte dell’S&P500 facendo la media tra chi paga di meno e chi paga oltre il 35% ufficiale. Questi ultimi in teoria dovrebbero risultare tra i maggiori beneficiari e ciò potrebbe far pensare a una misura di equità fiscale. In realtà non è così. Allo studio dei legislatori infatti c’è anche un’altra misura che va in tutt’altra direzione: lo scudo fiscale. Su questo fronte le differenze tra la versione della Camera e quella del Senato riguardano le aliquote. Il Senato prevede un 10% sugli asset liquidi e un 5% sui titoli mentre la Camera vuole rispettivamente 14 e 7 per cento. Quale che sia il compromesso sui numeri pare abbastanza inequivocabile che siamo di fronte a un regalo coi fiocchi per le grandi corporation che in questi anni sono riuscite a sfuggire al fisco americano parcheggiando all’estero un consistente ammontare di risorse liquide. Ad oggi Goldman Sachs calcola che su 1800 miliardi di dollari di cash a disposizione delle società quotate non finanziarie ben 1200 siano all’estero. Una stima che, secondo Moody’s, sarà da aggiornare a 1400 miliardi entro la fine dell’anno. La sola Apple risulta avere 285 miliardi di dollari di risorse cash parcheggiate in Irlanda. Un tesoretto su cui la prima società quotata al mondo non paga abbastanza tasse secondo l’Unione europea che contesta all’Irlanda un ammanco da 13 miliardi di euro di illeciti benefici fiscali in favore di Apple. Bruxelles inizia (con un certo ritardo) a chiedere ai big tecnologici di pagare il dovuto di tasse e la coincidenza temporale con il varo dello scudo fiscale di Trump potrebbe innescare un colossale rimpatrio di capitali negli Usa. Una delle ragioni per cui la Borsa americana tratta a premio è anche questa. Il mercato scommette che una quota importante di questi 1200-1400 miliardi torni negli Stati Uniti e che le aziende decidano di impiegarla, non per fare investimenti come auspicano i politici, ma per remunerare i loro azionisti attraverso dividendi o operazioni di riacquisto di azioni proprie («buyback»). Tutte cose che piacciono più a Wall Street che a Main Street.

.@franceschi_and

© RIPRODUZIONE RISERVATA