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Dopo Flynn, la Casa Bianca è sotto assedio

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Dopo Flynn, la Casa Bianca è sotto assedio

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«Any and all matters». È in questa frase sibillina, fra le righe dell’ammissione di colpa e promessa di cooperazione con le indagini di Michael Flynn, che è contenuta la nuova mina vagante del Russiagate per Donald Trump. Letteralmente: collaborazione «su tutto e qualunque questione». Abbastanza cioè, all’indomani del voltagabbana dell’ex Consigliere per la sicurezza nazionale, per dare i brividi a molti stretti collaboratori della Casa Bianca.

È impossibile sapere dove porterà la pista del procuratore speciale Robert Mueller. Ma una cosa è certa: le indagini hanno stretto d’assedio l’Amministrazione, procedono sistematiche su indizi e possibili reati, dalla falsa testimonianza alla collusione fino all’ostacolo alla giustizia per il licenziamento del direttore dell’Fbi, James Comey, che aveva iniziato le indagini sul Russiagate. Chi, come Trump ha detto ai suoi fedeli, pensava che un’archiviazione fosse ormai vicina, deve ricredersi. Mueller, inchiodato Flynn, non si toglie la stella di sceriffo.

I riflettori si spostano adesso sul prossimo o sui prossimi bersagli nella cerchia ristretta del presidente. Forse Mueller sa già più di quel che trapela da un’indagine condotta a carte coperte: ha accusato Flynn di un solo reato, aver mentito all’Fbi sui contatti con i russi durante la transizione presidenziale. E ha rinviato la richiesta di sentenza, teoricamente fino a cinque anni di carcere, ma probabilmente ridotta a un massimo di sei mesi. Fatti che hanno spinto gli osservatori a pensare che Flynn debba ancora vuotare del tutto il sacco per ottenere sconti.

«È una bruttissima situazione», ha ammesso ai media un confidente di Trump protetto dall’anonimato. Come tutti, aveva appreso dell’accordo di Flynn solo dagli annunci ufficiali, prova dell’autonomia totale di Mueller. Alcune inedite crepe hanno cominciato ad affiorare con il passare del ore nell’inner circle del presidente: potrebbero spalancare la porta a ulteriori filoni di indagini. Dai documenti depositati alla corte dall’Fbi e dalle indiscrezioni è emerso che Flynn era stato in contatto con Mosca in almeno due occasioni a dicembre - più precisamente con il suo ambasciatore di allora, Sergey Kislyak - dietro incarico e con l’esplicita conoscenza di numerosi alti esponenti della squadra di transizione di Trump. Un nome di questi potenziali “mandanti” è venuto alla luce: il genero Jared Kushner. Ma altri top officials facevano parte di quella squadra: dal vicepresidente Mike Pence all’ex capo di staff Reince Priebus e KT McFarland, oggi nominata ambasciatrice a Singapore.

Dietro ordine di Kushner, Flynn avrebbe coordinato il contrasto a una risoluzione Onu contro insediamenti israeliani nei territori occupati che l’Amministrazione Obama voleva invece far passare. Con McFarland, Flynn avrebbe invece discusso di come spingere Vladimir Putin ad ammorbidire la risposta alle sanzioni statunitensi scattate per le interferenze russe nelle elezioni statunitensi, risultato poi ottenuto. Comportamenti politicamente scottanti e che potrebbero anche violare leggi che vietano ai privati di condurre una politica estera alternativa all’Amministrazione in carica.

Trump ha ribadito ieri di non temere ciò che Flynn può rivelare e ha sempre negato ogni collusione con Mosca. Ma il nervosismo della Casa Bianca è stato tradito dal suo avvocato Ty Cobb, che ha definito Flynn un «ex funzionario di Obama». Altro passo falso: Flynn era un alto ufficiale delle forze armate sotto Obama e fu cacciato, diventando un sostenitore radicale di Trump, fino ad aspirare persino alla vicepresidenza.

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