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Flynn testimonierà contro Trump

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Flynn testimonierà contro Trump

  • –Marco Valsania

NEW YORK

Michael Flynn, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, si è dichiarato ieri colpevole in tribunale nello scandalo del Russiagate. E, con un colpo di scena, ha messo nero su bianco la sua completa cooperazione con l’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller sulle interferenze di Mosca nelle elezioni americane e sui sospetti di connivenze da parte della campagna Trump. Una svolta che minaccia di portare l’inchiesta fin dentro la cerchia più ristretta dei fedelissimi del presidente, sollevando lo spettro di nuove e gravi polemiche politiche sulle sue relazioni pericolose con il Cremlino se non dell’impeachment. La notizia diffusa per prima da Abc News ha avuto ripercussioni anche in Borsa, con un calo dell’1% poi parzialmente recuperato.

Trump ha sempre negato ogni collusione e sostenuto che Flynn non è in possesso di alcuna informazione compromettente sul presidente e sulla Casa Bianca. Flynn, che aveva già tagliato i legami con i legali dell’Amministrazione suggerendo una probabile intesa in arrivo con gli inquirenti, è il quarto collaboratore di Trump a cadere nella rete delle indagini. Il più influente era stato finora l’ex manager della campagna elettorale Paul Manafort (che ha appena pattuito una cauzione da 11 milioni di dollari). Il generale Flynn, promettendo piena collaborazione, ha affermato in aula: «Le mie azioni sono state sbagliate. Accetto piena responsabilità». Flynn ha in particolare ammesso di aver mentito all’Fbi su due conversazioni con l’ambasciatore russo Sergey Kislyak, un reato che comporterebbe almeno cinque anni di carcere.

L’insofferenza di Trump per il continuo scandalo è emersa da rivelazioni in questi giorni sulle pressioni esercitate nei confronti di senatori repubblicani perché mettessero fine quantomeno alle indagini parlamentari parallele a quelle di Mueller.

Una delle due conversazioni finite nel mirino dello Special Prosecutor, durante la transizione dall’Amministrazione Obama a quella Trump, riguardò un voto di condanna di nuovi insediamenti israeliani nei territori occupati, all’epoca in discussione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Obama aveva deciso di lasciare che il voto procedesse, ma il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva contattato la squadra di Trump per chiedere che intercedesse con potenze straniere per bloccarlo. Flynn, con tanto di conferme via e-mail, e Jared Kushner risposero all’appello facendosi carico dell’attività di lobbying. L’Fbi ha precisato che Flynn avrebbe contattato l’ambasciatore russo su istruzione di un «alto funzionario» della squadra di Trump, per valutare la posizione di altre potenze sulla questione. Alcuni media Usa, basandosi sulle carte in mano agli inquirenti, hanno identificato l’alto funzionario come lo stesso Kushner.

La seconda discussione con Kislyak avvenne sulle sanzioni decise da Obama dopo che l’intelligence americana aveva accusato Mosca di aver cercato di viziare il processo elettorale statunitense. Flynn chiese al Cremlino di soprassedere e Kislyak gli confermò che la Russia aveva deciso di «attenuare la propria risposta», una scelta annunciata poche ore dopo dallo stesso Vladimir Putin.

Flynn durò solo 24 giorni come consigliere alla Casa Bianca. Fu liquidato quando venne alla luce che aveva nascosto i suoi rapporti con le Russia anche al vicepresidente Mike Pence. Trump continuo però a difenderlo a lungo come una vittima dei mass media. Ma in passato Flynn aveva già avuto una carriera burrascosa: da responsabile dell’intelligence militare si era scontrato per la sua aggressività e inefficacia con alti funzionari e militari dell’amministrazione Obama, che riuscirono a ottenerne l’allontanamento.

Entrato nel giro di Trump, si caratterizzò per le sue radicali affermazioni anti-islamiche e per l’atteggiamento da falco bellicoso. Ma nel suo recente passato ci sono anche oscuri affari per conto di Paesi terzi, quali la Turchia e altre potenze mediorientali. Secondo indiscrezioni avrebbe trattato una “taglia” di 15 milioni in cambio della consegna forzata ad Ankara del leader islamico Fethullah Gulen, che vive negli Stati Uniti ed è accusato da Erdogan di aver ispirato un fallito golpe militare.

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