Mondo

Riforma fiscale Usa sotto accusa: «Forme camuffate di border tax»

ALLARME AZIENDE INTERNAZIONALI

Riforma fiscale Usa sotto accusa: «Forme camuffate di border tax»

New York - La riforma americana del fisco non e' ancora ultimata ma una cosa e' chiara: scatena dure polemiche interne per gli spettri di eccessivi deficit e troppa generosita' a favore dei piu' abbienti anziche' dei ceti medi. Non e' questa pero' la sola controversia esplosa: il complesso provvedimento di quasi 500 pagine, poco discusso e rapidamente approvato dai repubblicani, minaccia anche, qualora non ci siano cambiamenti significativi, di far dormire sonni assai poco tranquilli al resto del mondo. In particolare ai vertici di aziende straniere e multinazionali.

Due provvedimenti contenuti uno nella versione approvata dalla Camera e uno nel testo varato dal Senato, in maniera diversa, rischiano di avere un impatto negativo sul loro business in nome di America First. Entrambe le formule, quella del Senato in modo piu' morbido, fanno tornare alla mente di numerosi executive sospetti di “border tax”, cioe' di imposte di malcelata impronta “nazionaliste” che rischiano di scontrarsi con le necessita' della supply chain globale oltre che con le regole condivise del commercio internazionale.
La Camera contiene quella che viene definita una excise tax - fino al 20% - che colpirebbe un gruppo straniero che vende beni o servizi negli Stati Uniti attraverso una controllata locale. Aziende statunitensi verrebbero a loro volta afflitte, ad esempio le case automobilistiche che importano componenti. La versione piu' dolce adottata dal Senato - tradizionalmente il ramo del Parlamento piu' moderato - prende il nome piu' arcano e meno inquietante di BEAT, ovvero “Base erosion antiabuse tax”. E' una minimum tax del 10% che puo' scattare a fronte di pagamenti a favore di controllate o case madri all'estero. Il minor impatto sulla carta pero' non tranquillizza. Un gruppo come la tedesca Siemens ha gia' denunciato che nessun Paese ha sistemi simili.

Qualche segno relativamente incoraggiante di movimento verso compromessi, secondo alcuni esperti, puo' essere notato proprio nei dettagli contenuti nella legislazione passata nei giorni scorsi al Senato. Stefano Schiavello, responsabile dell'US Desk di STS Deloitte, afferma che “per i gruppi esteri la versione del Senato e' piu' vantaggiosa in quanto la “base erosion and anti-abuse tax” (di fatto una minimum tax pari al 10% dell'imponibile al lordo di qualsiasi costo intercompany, con la sola eccezione degli acquisti di beni-merce) riguarda solo le societa' USA con fatturato superiore ai 500 milioni di dollari, quindi i gruppi di maggiori dimensioni.

Schiavello ricorda che il testo della Camera e' invece assai piu' duro. “La misura equivalente contenuta nel provvedimento approvato dalla House il mese scorso (ossia l'excise tax del 20% sui pagamenti intercompany, che puo' essere evitata qualora la societa' estera opti per la tassazione negli USA dell'utile netto realizzato sulla transazione) si applicherebbe invece alle societa' USA che ricevono addebiti intercompany superiori a 100 milioni di dollari nell'arco di un triennio ed impatterebbe quindi potenzialmente un numero ben piu' alto di soggetti. E' quindi auspicabile, quantomeno per i gruppi italiani di minori dimensioni, che, in sede di ‘riconciliazione' tra i due provvedimenti, prevalga la versione del Senato”. O forse meglio ancora sarebbe che emergesse una versione ancora meno controversa.

© Riproduzione riservata