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Un lusitano nel club del Nord

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Un lusitano nel club del Nord

(Reuters)
(Reuters)

Quando due anni fa si insediò a Lisbona il Governo di Antonio Costa, soprannominato subito l’ “accozzaglia” tra socialisti e partitini di estrema sinistra, l’eurozona sobbalzò, abbandonandosi in silenzio a cupi pronostici sul proprio futuro e su quello del Portogallo.
Non bastava la Grecia di Tzipras, sia pure poi faticosamente ricondotta all’ovile. Un nuovo focolaio rivoluzionario, con quello di Atene ancora fumante, un programma economico scandaloso, dichiaratamente anti-austerità, pro-investimenti e spese sociali dopo il salvataggio del paese con aiuti Ue da 78 miliardi, rigori della troika inclusi, più che una scommessa spericolata appariva a Bruxelles un suicidio individuale annunciato e un nuovo intricato problema collettivo. I timori europei sono stati clamorosamente smentiti: il deficit portoghese è precipitato in sei anni dal 9 al 2, la disoccupazione a meno del 10%, l’economia è ripartita tanto che Standard & Poor’s ha aumentato in ottobre il rating del paese a BBB-, lo stesso dell’Italia, dopo che ormai da mesi si discetta del miracolo lusitano.

Addirittura l’autore di quel miracolo, il ministro delle Finanze Mario Centeno, ieri è stato eletto presidente dell’Eurogruppo per i prossimi due anni e mezzo. Scelta senza precedenti in un club da sempre guidato dalla cultura dell’ortodossia nordica e relativi rappresentanti. L’irruzione sulla scena di Centeno, ministro di successo ma pur sempre appartenente a quel ClubMed da sempre visto con estrema diffidenza dai partner mitteleuropei, se non il principio di una controrivoluzione, non può non essere considerato un segnale di svolta. E forse anche di timida autocritica del Nord. Tanto più significativo in quanto il prossimo biennio sarà dedicato alla riforma, meglio alla rifondazione e al completamento di eurozona e unione bancaria. Si sfideranno a duello i sacerdoti della stabilità e i profeti dello sviluppo, euro-integrazionisti e intergovernativi, rigoristi e solidaristi. Centeno potrà essere un buon mediatore tra i due schieramenti perché il fatto di essere un economista di sinistra non gli ha impedito di trovare il giusto equilibrio tra risanamento dei conti pubblici e politiche sociali ed espansive. Perché per questo il suo Portogallo può apparire il mini-laboratorio del nuovo euro: meno estremista, più equilibrato, consensuale e convergente al proprio interno.

In realtà, il vento nell’Eurogruppo è già cambiato da almeno due anni. La Commissione Juncker cavalca con decisione la politica della flessibilità interpretativa del patto di stabilità, sia pure tra i mugugni dei nordici, che però hanno imparato anche a proprie spese che non sempre le regole vanno rispettate in modo cieco e automatico. Pur tra inevitabili difficoltà, l’era Centeno si annuncia , sulla carta, portatrice di novità costruttive, in qualche modo della riconciliazione tra le diverse anime e i diversi interessi che fanno e disfano la vita dei 19 membri dell’euro. Avanti tutta con faticoso realismo: il modus vivendi europeo è tutto un procedere controcorrente però questa volta con più di un indizio positivo. Il primo viene dall’Eurogruppo. Il secondo dal fronte Brexit. Anche se ieri la visita di Theresa May a Bruxelles non si è conclusa con l’accordo sperato, nessuno vuole drammatizzare. Nessuno vuole la rottura, un’uscita disordinata della Gran Bretagna. Meno di tutti gli inglesi che stanno scoprendo complicazioni ed enormi costi del divorzio, tanto che i 60 miliardi netti pretesi dall’Ue per saldarne le pendenze con il bilancio Ue non sono più considerate un’estorsione ma la fattura più o meno accettabile per evitare ben di peggio.

L’Europa non vuole strappi ma nemmeno investire un tempo infinito in una trattativa che le sottrae energie che potrebbe dedicare alla propria ricostruzione. E per di più la costringe a misurarsi con un interlocutore che spesso sembra non sappia che cosa vuole: un accordo di libero scambio da paese- terzo o un ibrido che gli consenta di restare dentro mercato unico e unione doganale, cioè un rapporto nei fatti non diverso dall’attuale.

Opzione però impercorribile, come dimostra la questione del confine irlandese: il compromesso di ieri sull’ “allineamento regolamentare” per non ricreare divisioni sull’isola, mettendone a rischio la pace del 1998, rischia di far cadere il Governo May per l’insurrezione del partito nordirlandese che lo sostiene e pretende per l’Ulster statuto identico a quello britannico, mentre Scozia e Londra con la City promuovono per sé la soluzione irlandese. Complicazioni, contraddizioni inglesi. E anche europee. Rinascono le ambizioni e la voglia di fare nell’Unione ma in Germania si fatica a trovare un nuovo Governo con i socialdemocratici. In Spagna la crisi catalana vive sottotraccia in attesa delle elezioni e della riforma costituzionale. Eppure, sarà la ripresa economica, ma il clima è cambiato. Resta da vedere dove porterà l’Europa.

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