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Gerusalemme, se la Casa Bianca oltrepassa la linea rossa

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Gerusalemme, se la Casa Bianca oltrepassa la linea rossa

(Afp)
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Se dal 1995 i presidenti americani, anche repubblicani di ferro come George W. Bush, hanno sempre firmato un provvedimento per mantenere l’ambasciata americana a Tel Aviv, la ragione era semplice. Non farlo equivaleva a varcare una linea rossa. Per tutti loro, che ambivano ad essere ricordati come gli artefici di uno storico accordo di pace, duraturo e definitivo, tra palestinesi e israeliani. Riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele avrebbe rappresentato la pietra tombale sul processo di pace più lungo e difficile degli ultimi 50 anni. Ecco perché, pur divergendo sul sostegno a Israele, hanno seguito la stessa linea dell’Unione Europea: devono essere israeliani e palestinesi, avvalendosi della mediazione internazionale, a trovare un accordo su Gerusalemme. I presidenti americani conoscevano bene il “Jerusalem Embassy Act”, la legge approvata dal Congresso di Washington nel 1995 che invita la Casa Bianca a trasferire l’ambasciata a Gerusalemme . Ma tutti si sono avvalsi di una clausola in base alla quale, in qualità di presidenti, potevano rinviare l’attuazione della legge ogni sei mesi per ragione di superiori «interessi di sicurezza ».

Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama hanno firmato questa deroga, con regolarità, ogni sei mesi. Anche Donald Trump, nel primo semestre del suo mandato. Poi, così come per altri delicati dossier internazionali, si è distaccato da chi lo ha preceduto. La sua promessa in campagna elettorale di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele, e di voler trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv(dove si trovano tutte le altre sedi diplomatiche) è un’iniziativa che,se portata a termine, rischia di incendiare il Medio Oriente in un periodo già drammatico. D’altronde il nodo di Gerusalemme è sempre stato rimandato come la parte finale dei negoziati di pace. E alla fine una soluzione sul suo status non è mai stata trovata. Nemmeno quando Bill Clinton, nell’estate 2000, a Camp David ci arrivò più vicino di tutti. L’allora premier israeliano Ehud Barak offrì il 95% della Cisgiordania alla controparte palestinese– cosa impensabile per l’attuale governo di Benjamin Netanyahu – ma alla fine l’accordo con l’allora presidente dell’Autorità nazionale palestinese Yasser Arafat naufragò proprio su Gerusalemme Est, che i palestinesi rivendicano come capitale del loro futuro Stato.

Così Gerusalemme è rimasta per Israele la sua capitale «unica e indivisibile», ma non per la comunità internazionale. Agendo unilateralmente – Trump ha creato una spaccatura con l’Europa - con cui è ai ferri corti su altri dossier bollenti come il nucleare iraniano. E in misura maggiore rischia di compromettere le relazioni degli Usa con i paesi arabi alleati. Sembra che Trump voglia approfondire la linea di discontinuità con la politica di Barack Obama. Durante il mandato di Obama le relazioni tra Israele e Stati Uniti non erano mai cadute così in basso. Lo stesso si può dire delle già controverse relazioni con l’Arabia Saudita. Trump ha fatto il contrario. Ora è intenzionato ad andare dritto per la sua strada. Ma le sue strategie diplomatiche non sono mai stata una linea retta. Piuttosto un percorso fatto di frettolose e clamorose dichiarazioni, di parziali smentite, di arresti. Quando si affronta il tema Gerusalemme occorre però procedere con estrema cautela. La storia lo insegna.

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