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Gerusalemme, una mossa molto pericolosa

Trump e Israele

Gerusalemme, una mossa molto pericolosa

Epa
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Non è piaciuto (per usare un eufemismo) e non poteva piacere ai leader dei Paesi europei, e a maggior ragione a quelli dei Paesi musulmani, il discorso con cui il presidente americano Donald Trump ha ufficialmente riconosciuto Gerusalemme capitale dello Stato di Israele, impegnandosi a trasferirvi l'ambasciata americana. Anzi, le parole utilizzate dai capi di Stato del Vecchio continente per commentare questa storica decisione sono state davvero dure.
Nel suo discorso Trump, forse volutamente, è stato generico; ha parlato di pace, ma ha commesso delle ingenuità se non dei veri e propri errori diplomatici.
Innanzitutto, ancora una volta, è stato ambiguo. A quale Gerusalemme si riferiva? Solo la parte ovest della città, dove già si trovano le sedi delle istituzioni israeliane? Oppure (ipotesi più verosimile) alludeva anche a Gerusalemme Est?
Non lo ha detto espressamente . Quindi non è dato saperlo. Ma il diavolo si nasconde nei dettagli. Est ed Ovest della città non sono una questione di lana caprina. I palestinesi rivendicano da tempo Gerusalemme Est come capitale di quel futuro Stato palestinese che in teoria dovrebbe rappresentare ai loro occhi –ma anche a quelli dell’Onu - il felice epilogo del processo di pace.

Lo status di Gerusalemme è apparso spesso come un ostacolo insormontabile. L’importanza simbolica della città per le tre grandi religioni monoteiste ha sempre reso ardua la ricerca di una soluzione condivisa per la Città Santa, la cui parte orientale, che include il muro del pianto ma anche la spianata delle moschee, o Monte del Tempio, (su cui si ergono luoghi sacri per i musulmani come la Cupola della Roccia e la moschea di al-Aqsa), fu conquistata dalle truppe israeliane durante la guerra dei Sei giorni, nel giugno del 1967. Ancora oggi la maggior parte dei paesi membri delle Nazioni Unite e moltissime organizzazioni internazionali non riconoscono ad Israele l’annessione di Gerusalemme Est, né riconoscono Gerusalemme come capitale. Per questo motivo tutte le ambasciate estere in Israele hanno come sede Tel Aviv.
Per il Governo israeliano, invece, Gerusalemme è la capitale una e indivisibile. La stessa dichiarazione del premier israeliano Netanyahu, rilasciata ieri sera dopo il discorso di Trump, va in questa direzione «La decisione di Trump è un passo importante verso la pace, perché non ci può essere alcuna pace che non includa Gerusalemme come capitale di Israele». A Netanyahu non manca certo il dono della chiarezza.

Un nodo rimasto irrisolto
Ma perchè Trump è voluto partire subito da Gerusalemme? Il nodo di Gerusalemme è sempre stato rimandato come la parte finale dei negoziati di pace, già ai tempi degli accordi di Oslo, nel 1993, perché era considerato il punto più insidioso tra gli argomenti che dovevano essere risolti per raggiungere un accordo. Alla fine una soluzione sul suo status non è mai stata trovata. Nemmeno quando Bill Clinton, nell’estate 2000, a Camp David, ci arrivò più vicino di tutti. L’allora premier israeliano Ehud Barak offrì il 95% della Cisgiordania alla controparte palestinese– cosa impensabile per l’attuale governo di Benjamin Netanyahu – ma alla fine l’accordo con l’allora presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Yasser Arafat, naufragò proprio su Gerusalemme Est. Trump invece ha fatto il contrario. Partendo - genericamente - da Gerusalemme prima ancora di dare il via alla ripresa del processo di pace.

Nessuna contropartita per i palestinesi
In secondo luogo, pur insistendo sulla necessità di un accordo di pace tra israeliani e palestinesi, il presidente americano non ha tuttavia fatto alcuna allusione a dei potenziali benefici - contropartite - che potrebbero arrivare ai palestinesi dopo questa decisione su Gerusalemme.
Nessuna parola sugli insediamenti israeliani, ritenuti contrari al diritto internazionale dall’Unione europea e dalle Nazioni Unite, ma anche dal predecessore di Trump, Barack Obama, che nel 2009 ne aveva ottenuto per alcuni mesi il loro congelamento. Trump non ne ha fatto parola.

Insomma, i palestinesi, ma anche i leader europei si trovano senza una base minima negoziale per sbloccare l’empasse. Riprendere il dialogo sarà dunque difficilissimo. Anche perché parlare di ripresa del processo di pace, partendo con una presa di posizione unilaterale su un tema sensibilissimo e dibattuto come Gerusalemme, non è certo il migliore dei modi per farlo. Ecco perché la reazione delle Nazioni Unite è stata quanto mai dura. «Dal mio primo giorno qui - ha detto il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres - mi sono costantemente dichiarato contrario a ogni misura unilaterale che metta a repentaglio la prospettiva della pace. Solo realizzando la visione di due Stati che convivono in pace e sicurezza, con Gerusalemme capitale di Israele e della Palestina, tutte le questioni sullo status saranno risolte in via definitiva attraverso negoziati, e le legittime aspirazioni di entrambi i popoli saranno raggiunte».
Cosa accadrà nei prossimi giorni? Tutti si augurano che la rabbia non prenda il sopravvento, sfociando nella violenza. I precedenti, tuttavia, non depongono a favore di questa speranza.

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