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Il declino di Kushner tra Russiagate e promesse mancate

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Il declino di Kushner tra Russiagate e promesse mancate

Jared Kushner
Jared Kushner

Era stato definito il “wonder boy” di Donald Trump. Il genero-consigliere meraviglia, che doveva riscrivere il Nafta e ridisegnare il governo in nome dell’innovazione tecnologica. Soprattutto doveva sciogliere il nodo gordiano della politica estera, il dramma israelo-palestinese. Ma, al giro di boa del primo anno di presidenza, Jared Kushner ha perso il suo tocco. Sui primi due capitoli non ha mai brillato: i negoziati sull’accordo di libero scambio nordamericano sono nell’impasse. L’innovazione tecnologica del governo consta di un paio di distratti incontri la settimana. E la pace in Medio Oriente? Ora è ostaggio di una scommessa azzardata che precipita Kushner in una potenziali spirale di gravi crisi.

Trump ha annunciato un esplosivo riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele mentre il suo wonder boy - affiancato da una selezionata squadra di inviati e collaboratori - deve ancora ultimare e rivelare il promesso piano per rilanciare le trattative. Kushner, accusano i critici, è così vittima e protagonista di quella peculiare combinazione di inesperienza, arroganza, nepotismo e avventurismo che sembra essere il marchio di fabbrica dell’Amministrazione dell’America First.

L’ombra di scarso acume lo insegue da sempre, complice un carattere estremamente schivo. Nel fine settimana ha rotto questo tabù, curiosamente, al Saban Forum, che ogni anno riunisce influenti osservatori di Israele, compresi politici e funzionari governativi. Ha però mantenuto un silenzio di sostanza: si è limitato a dichiarazioni quali «siamo impegnati a promuovere un’intesa» e «ci siamo dedicati ad ascoltare» le parti. Non esattamente un passo avanti.

Il 36enne genero-consigliere, in una delle sue ultime iniziative, ha puntato sul rapporto con il giovane nuovo uomo forte dell’Arabia Saudita, il 32enne Mohammed bin Salman. È volato a Riad per incontri a tu per tu alla vigilia delle purghe ordinate da Salman. E coltivato un fronte anti-Iran per unire gli interessi sauditi, egiziani e israeliani. Ma anche qui resta da vedere se questo sia più di una chimera al cospetto delle irrisolte tensioni nella regione, a cominciare dal conflitto palestinese. Mentre resta aperto il giudizio su Salman, riformatore o despota.

La parabola sia di business che politica di Kushner ha dato credito agli scettici. Erede d’una fortuna immobiliare di famiglia, la sua prova di leadership dell’impero - quando il padre Charles finì in carcere per corruzione - fu disastrosa: pagò troppo, la cifra record di 1,8 miliardi nel 2007, per il palazzo 666 Fifth Avenue, ancora oggi zavorra della società. Schiacciato dal debito, non riesce a trovare investitori. Il padre gli offrì poi uno storico giornale newyorchese, l’Observer, ma lui si distinse per il disinteresse - tranne favori agli amici e assalti ai nemici - portandolo al collasso. Marito di Ivanka Trump, il suo debutto nelle sale della Casa Bianca è stato a sua volta accompagnato da veleni.

È diventato una figura cruciale nel Russiagate, la possibile collusione della campagna Trump con la Russia per manipolare le elezioni, sulla quale indaga il procuratore speciale Robert Mueller: proprio Kushner sarebbe uno degli alti funzionari che orchestrarono contatti con emissari di Vladimir Putin e la sua imprudenza avrebbe eroso la fiducia di Trump.

I suoi difensori sostengono che l’apparenza inganna e che Kushner ha svolto un importante ruolo di mediazione dietro le quinte nella prima fase della presidenza. Sarebbe stato essenziale per l’estromissione di personaggi controversi, quali il leader dell’Alt-Right Steve Bannon o il pallido capo di staff Reince Priebus. Ma l’arrivo di un nuovo e autorevole capo di gabinetto, il generale Jim Kelly, ha coinciso anche con un suo ridimensionamento: Kelly lo ha messo alle proprie dipendenze, limitando il suo accesso allo Studio Ovale. Tanto che si sono diffuse voci su un suo ritorno a New York, nonostante le smentite dei protagonisti.

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