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Se la Germania resta l’egemone riluttante

INCONTRO IN BOCCONI CON MARIO MONTI

Se la Germania resta l’egemone riluttante

Mario Monti (Italy Photo Press)
Mario Monti (Italy Photo Press)

«Prendendo a prestito una felice immagine dell’Economist del 2013 “The reluctant hegemon” penso che la Germania sia una potenza egemone riluttante», ha affermato Mario Monti, senatore a vita e presidente dell’Università Bocconi durante un affollato dibattito seguito in diretta su Facebook live da oltre 200mila utenti tra account della Bocconi e Ft. L’incontro svoltosi lunedì nell’ateneo milanese sul futuro dell’Europa in un momento di aspre tensioni e difficoltà dovuto a diverse cause tra cui la Brexit aveva nel panel relatori come i professori Donato Masciandaro e Francesco Giavazzi dell’Università milanese e due giornalisti britannici del «Financial Times», James Blitz e Rachel Sanderson.

L’ex Commissario europeo alla Concorrenza, “SuperMario” come era chiamato ai tempi di Bruxelles, era sul suo terreno più congeniale e ha iniziato descrivendo la Germania come un Paese legato all’Ordoliberalismo e all’economia sociale di mercato, due capisaldi che si legano al rispetto per le generazioni future a cui spetta un bilancio pubblico in ordine e una severa vigilanza dei mercati finanziari. «In qualche modo la Germania ha avuto più potere dai suoi partner europei di quanto fosse pronta a gestire», ha spiegato Monti cambiando la narrativa prevalente di una potenza egemone sprezzante delle posizioni altrui e descrivendo un gigante economico tormentato dal ruolo geopolitico e dal peso della storia. Poi è arrivata la stoccata del senatore a vita sui populismi che «non sono un fenomeno europeo ma mondiale e si alimentano sul fatto che l’integrazione del mercato unico europeo è stata fatta senza una contestuale integrazione fiscale». Questa disarmonia ha scatenato una competizione fiscale al ribasso che ha favorito l’allocazione del capitale, libero di trovare l’aliquota minore, e svantaggiato il lavoro e soprattutto i dipendenti con bassa professionalità che sono rimasti esposti alla sempre maggior tassazione dei governi nazionali e alle sirene dei populismi. La soluzione va trovata in un maggiore coordinamento fiscale a livello europeo fino all’ipotesi di introdurre delle patrimoniali regolari, anche se in Italia questa ipotesi è considerata irrealistica al punto che la sinistra ha eliminato quello sulla prima casa lasciatagli in eredità dal precedente governo (quello presieduto da Mario Monti appunto). «Contro i populisti non servono i bonus ma più integrazione europea e maggiore sicurezza sociale ai cittadini», ha concluso il presidente dell’ateneo milanese.

Giavazzi, invece, ha voluto ricordare che «la Germania ha speso per salvare le sue banche il 14% del Pil rispetto all’1,2% dell’Italia» e se non si dovessero contabilizzare i derivati nei bilanci allora i saldi della capitalizzazione delle banche tedesche sarebbero molto diversi. Dopo aver archiviato l’assicurazione comune sui depositi bancari europei come un problema non significativo l’economista ha preferito puntare l’attenzione sui pericoli dell’eccessiva esposizione di bond nazionali nei bilanci bancari.

Ma perché i populismi attaccano le banche centrali? Si è chiesto Masciandaro. «Primo perché sono banche – ha ironizzato il docente di politica monetaria suscitando l’ilarità dei 300 studenti presenti – secondo perché le banche centrali sono istituzioni che hanno una visione di lunga durata mentre i populismi prediligono quella a breve e infine perché ne detestano l’autonomia sebbene questa sia garantita dai Trattati per la Bce e solo dalle leggi ordinarie per la Fed». Quanto a Brexit, James Blitz, ne ha dato una visione pessimistica di lento declino economico per la Gran Bretagna condito da proposte «ancora meno attrattive» come quelle del leader del Labour, Jeremy Corbyn, che «vuole eliminare la retta per accedere alle università e nazionalizzare di nuovo le ferrovie».

Lo spunto dell’evento è nato da un accordo che FT ha siglato con sei università europee (Sciences Po di Parigi; Trinity College Dublin; Jagiellonian University di Cracovia, Hertie School of Governance di Berlino, Athenes University of Economics and Business e la Bocconi) per dare voce ai giovani su temi legati al futuro dell’Europa. I giovani erano chiamati a scrivere un editoriale che poi sarebbe stato pubblicato su FT.

Per Bocconi ha vinto Enrico Ellero, studente del corso in economia e finanza, con un editoriale sulle debolezze della Germania e il suo ruolo di leadership sempre più “traballante”.

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