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«Gerusalemme capitale»: sauditi, Ue, Londra contro Trump. Netanyahu: altri Paesi pronti a seguire gli Usa

  • – di Redazione Online
Palestinesi bruciano foto di Trump a Gerusalemme
Palestinesi bruciano foto di Trump a Gerusalemme

Dice il presidente Trump che ora che ha dichiarato Gerusalemme capitale di Israele si può pensare alla pace. A ventiquattro ore da simile annuncio si fatica a mettere in fila le dichiarazioni di ostilità nel mondo arabo e musulmano quando non di vera guerra. I palestinesi sono furibondi. Hamas, il braccio armato che governa Gaza, minaccia di scatenare l’inferno e una nuova Intifada.

Nelle stesse ore emerge la disapprovazione del Papa «non posso rimanere in silenzio», la «grande preoccupazione» della Ue, in particolare Germania, Francia, Italia e dei britannici. Il Cremlino tempestivamente dichiara: la decisione americana dividerà la comunità internazionale.

Sul campo, come prevedibile, iniziano scontri e proteste in Israele e nei territori palestinesi con l’esercito israeliano che manda battaglioni di rinforzo in Giudea-Samaria.

Coro di no: Turchia, Giordania, Arabia Saudita
Dopo la Turchia e l’altro fedele alleato della regione, re Abdullah II di Giordania il cui regno custodisce la moschea Al Aqsa a Gerusalemme, ora si ribella anche lo storico alleato americano in Medio Oriente. I sauditi si sfilano appoggiati dal russi che in queste occasioni prendono sempre la palla al balzo per mettersi in mezzo e condannare la storica alleanza fra israeliani e americani. Se i sauditi giudicano la decisione del presidente americano Trump su Gerusalemme «irresponsabile» - così la corte reale dell'Arabia Saudita che solo mesi fa ha accolto calorosamente Trump e la moglie Melania - è segno che almeno di facciata si ricostituisce l’unità dei musulmani. Un mondo lacerato da anni di divisioni tra sciiti e sunniti fomentate dall’appoggio alla jihad dello Stato Islamico e dalla guerra civile siriana che va avanti dal 2011.

57 Paesi islamici chiamati a un vertice in Turchia
La decisione di Trump fa l’impossibile, ricompatta Iran e suaditi, Turchia e Giordania. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan invita i 57 Paesi membri dell'Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) a riunirsi il 13 dicembre) a Istanbul per un summit straordinario sulla decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Il portavoce di Erdogan dice che il leader turco ha avuto in queste ore contatti telefonici in merito con il suo omologo palestinese Abu Mazen e i leader di Iran, Arabia Saudita, Qatar, Tunisia, Pakistan, Indonesia e Malesia.

L’Onu si riunisce domani
Venerdì, cioè domani, si riunisce il consiglio di sicurezza dell’Onu per discutere la decisione di Trump ma il premier israeliano Netanyahu, il provvisorio vincitore di questa improvvisa accelerazione, annuncia già che vi sono molti paesi pronti a seguire gli Stati Uniti.

Il premier Netanyahu esulta
Attualmente non c’è nessuna ambasciata straniera a Gerusalemme ma Netanyahu dice di non aver alcun dubbio che quando l'ambasciata Usa si sposterà a Gerusalemme, e forse anche prima, molte altre ambasciate si trasferiranno. Netanyahu esulta nonostante un documento del dipartimento di stato americano reso oggi noto da Reuters lo esortasse a non commentare la mossa americana. Nel documento con la data del giorno dell’annuncio di Trump, l’amministrazione americana chiede a Israele tramite l’ambasciata a Tel Aviv di non preparare alcuna risposta ufficiale.

L’Europa critica
Oggi però è anche il giorno in cui tutti sono costretti a parlare e così a dispetto di Brexit si ricompattano anche Ue e Regno Unito, critici con la decisione di Trump. Boris Johnson, ministro degli Esteri britannico, dice che «il prematuro» riconoscimento di Gerusalemme capitale d’Israele «non aiuta». Così anche Federica Mogherini, alto rappresentante per gli Affari Esteri Ue, definisce l’annuncio dalla Casa Bianca preoccupante.

«Per l'Ue la soluzione è avere due Stati con Gerusalemme capitale di entrambi”, e per questo dopo l'annuncio di Trump l'Unione europea “continuerà a rispettare il consenso internazionale» sulla città «finché lo status finale della Città Santa non sarà risolto con negoziati diretti tra le parti», dice Mogherini.

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