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La Brexit light spacca i Tories. Gove evoca il voto: elettori liberi di cambiare l’accordo

Ministri  pro Brexit, Michael Gove (sinistra) e Boris Johnson
Ministri pro Brexit, Michael Gove (sinistra) e Boris Johnson

In Gran Bretagna i duri della Brexit hanno sempre detto che non si vota più, il popolo si è espresso con il referendum del 23 giugno 2016, via dall’Ue, indietro non si torna. Gli europeisti smarriti senza un chiaro riferimento politico - tra conservatori moderati zittiti e laburisti ambigui - si sono ritrovati a brandire sempre meno ascoltati quel 48% pro Ue, una speranza e la richiesta di tornare alle urne.

Stamattina dopo l’accordo tra il governo di Theresa May e i negoziatori Ue guidati dal francese Michel Barnier, è il ministro ideologo della Brexit senza compromessi a legare per la prima volta di nuovo l’addio alla Ue ad un voto. Dice Michael Gove, ministro dell’Ambiente, che i britannici a cui non piace l’accordo potranno esprimere la propria opinione alle prossime elezioni politiche.

Gove è sì ministro del governo britannico ma avversario di May quando nell’estate 2016 David Cameron si fece da parte. Voleva la poltrona di primo ministro, non la ottenne, si prese un ministero; soprattutto un ruolo, quello di falco della Brexit, accanto al ministro degli Esteri Boris Johnson. Gove però non è Johnson, non fa scene madri, non minaccia né solleva polveroni che si dissolvono il giorno dopo. Piuttosto intervista Donald Trump e come un qualsiasi entusiasta elettore del Midwest si fa la foto assieme al nuovo presidente con il pollice all’insù. (Qui sotto un post su Twitter con Gove e la replica di un utente che rinfaccia quella foto ndr). È sempre Gove, infatti, il giornalista che lo scorso gennaio ottiene la prima intervista a un giornale straniero che Trump appena eletto concede al Times di Rupert Murdoch (pare che il magnate fosse pure presente nella stanza).

Ecco perché Bbc e Guardian danno un certo risalto a quello che Gove scrive sul Daily Telegraph, giornale pro Brexit che attacca il Financial Times reo di aver gonfiato la bolletta del divorzio dalla Ue (FT parlò di una cifra di 100 miliardi lordi). Quanto Gove scrive oggi differisce da quello che diceva ieri, quando assieme al collega di governo e di Brexit Johnson benediceva l’accordo e l’opera di May a cui vengono riconosciuti «tenacia e competenza», «un risultato personale significativo per il primo ministro».

«Il popolo britannico - scrive Gove sul Telegraph - avrà il pieno controllo. Se non approva l’accordo che abbiamo negoziato con l’Ue, il prossimo governo avrà la possibilità di cambiare strada». Fra qualche tempo - dopo il periodo di transizione di due anni chiesto dalle imprese e assicurato dall’accordo di ieri 8 dicembre - il Regno Unito avrà «la totale libertà di non rispettare la legge Ue su mercato unico e unione doganale» scrive il ministro falco.

Nella politica come nella vita, indagare le intenzioni è esercizio sopravvalutato. Non è importante chiedersi perché Gove abbia messo per iscritto questi suoi pensieri a 24 ore dalla stretta di mano della sua premier con Jean-Claude Juncker. È invece interessante capire cosa può ottenere. Evocare il voto - la Gran Bretagna ha rinnovato il Parlamento l’8 giugno scorso - indebolisce la sempre precaria premier May; ma indebolisce anche lo stesso fronte del Leave che torna in un angolo: ora sono i Brexiter ad avere bisogno di un’altra spinta del popolo (al netto della prevedibile propaganda interna che grida vittoria).

Ciò che insomma scrive il ministro Gove è già da 24 ore lo slogan di Nigel Farage, leader dell’Ukip, il partito eurofobo vero vincitore del referendum Brexit 2016 ma che non siede più in Parlamento dopo il voto dell’8 giugno. Farage è l’unico fra i Brexiter duri ad ammettere la sconfitta. Questa non è la Brexit che volevamo, questa «è un’umiliazione nazionale» dice, il riscatto e la nuova battaglia sono «le prossime elezioni politiche».

Che lo dica però Gove, ministro di May, è un’altra cosa. Farage prevede che nelle prossime 48 ore molti altri conservatori si ribelleranno. Da qui al 15 dicembre, giorno del vertice europeo sul destino dei rapporti fra Regno Unito e Ue, e del 19 dicembre, data in cui governo britannico farà il punto sullo stato di Brexit, si capirà il prezzo che la signora May dovrà pagare non all’Ue ma in casa.


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