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L’ultima sfida del Fmi è con il suo maggiore azionista

il fondo monetario internazionale

L’ultima sfida del Fmi è con il suo maggiore azionista

Il direttore del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, sollecita l’Italia a «riparare il tetto quando c’è il sole», mettendo l’alto debito pubblico su un «chiaro» percorso di riduzione pur senza eccessi di austerità, facendo le riforme strutturali e affrontando «a un ritmo ragionevole, ma con forza» il problema dei crediti deteriorati, gli Npl.

Alla vigilia della visita semestrale in Italia dei tecnici del Fondo, la signora Lagarde, in un’intervista al Sole 24 Ore, ripete un appello alle riforme che è ormai un classico dell’istituzione di Washington, ma che stavolta può giovarsi, secondo la metafora presa a prestito dal presidente americano John Kennedy, del sole che splende, una crescita economica quale l’economia italiana non vedeva dall’inizio del decennio. Ma non manca di osservare con una certa preoccupazione che in Italia, come in altri Paesi europei, Germania compresa, l’instabilità politica che può seguire alle elezioni, può provocare un rallentamento sulle azioni da intraprendere. Fra queste, il capo dell’Fmi, pur riconoscendo quanto è stato fatto negli ultimi anni, cita il risanamento dei conti che indirizzi il debito verso una riduzione sicura, riforme che riducano ulteriormente le rigidità del mercato del lavoro, e soprattutto la soluzione della polemica questione degli Npl, sulla quale si dichiara allineata con la Banca centrale europea.

Da domani e per tutta la settimana saranno al lavoro nel nostro Paese il capo del dipartimento europeo, Poul Thomsen, e il capo missione, Rishi Goyal, accompagnati dal nuovo direttore esecutivo che rappresenta l’Italia nel consiglio dell’Fmi, Alessandro Leipold, un veterano del Fondo richiamato in servizio il mese scorso in sostituzione di Carlo Cottarelli. Incontreranno il Governo, la Banca d’Italia, economisti ed esponenti del settore privato.

L’appello alle riparazioni del tetto mentre il tempo è buono vale non solo per l’Italia, ma per l’Europa, dove la signora Lagarde vede con favore l’avvio delle riforme dell’Eurozona, provocate anche da Brexit, e chiede in particolare il rafforzamento dell’unione bancaria, anche se non vuole pronunciarsi per ora sulle proposte appena presentate dalla Commissione europea. E vale per l’economia globale, la cui crescita è anche più solida di quanto previsto due mesi fa all’assemblea annuale dell’Fmi. Le parole del direttore del Fondo lasciano intravedere che le cifre potrebbero anche essere ritoccate al rialzo alla revisione del mese prossimo.

Se la fase congiunturale è favorevole, Christine Lagarde è però consapevole che anche l’Fmi deve confermare la sua capacità di adattarsi a una realtà che cambia rapidamente. Ogni capo del Fondo monetario è stato forgiato dalle crisi con cui si è dovuto confrontare. Chi ha seguito l’evoluzione dell’istituzione negli ultimi trent’anni l’ha vista passare da un severo guardiano della finanza internazionale come Jacques de Larosière, che gestì con polso d’acciaio la crisi del debito di quello che allora veniva definito il Terzo mondo; al più amabile, ma non meno determinato, Michel Camdessus, che, negli anni del “consenso di Washington”, affrontò il contagio del collasso della Russia e del Sudest asiatico, dove il Fmi scoprì forse per la prima volta che i conti in ordine non bastano se la governance è bacata; all’abilità politica, oltre che tecnica, di Dominique Strauss-Kahn, che, prima di essere bruciato da uno scandalo a sfondo sessuale, mise la risposta del G20 alla crisi finanziaria mondiale e alla Grande Recessione sulla strada giusta dello stimolo fiscale, contro la vecchia dottrina dell’austerità. Tre esponenti della miglior tecnocrazia francese, di cui la signora Lagarde è a suo modo un prodotto. Ma con un’esperienza di lavoro americana, una presenza da rockstar e un tocco di classe che l’hanno aiutata a superare l’handicap di non essere un’economista. E con la “differenza” di essere donna: «Qualche volta è un vantaggio, qualche altra è il contrario».

Oggi però, se non deve affrontare una crisi economica imminente, il direttore dell’Fmi è alle prese con un cambiamento di scenario forse più insidioso. Da un lato, la sfiducia di parte dell’opinione pubblica nella globalizzazione e l’ondata populista, e dall’altro la minaccia all’ordine internazionale degli ultimi settant’anni da parte del suo maggiore azionista, gli Stati Uniti, che nell’era Trump sembrano intenzionati a sovvertirlo. Ad arginare i primi, Christine Lagarde ha risposto accendendo un faro, come lei dice, su temi come la disuguaglianza, i cambiamenti climatici, la disparità di genere, che non appartengono al copione abituale dell’Fmi, ma che hanno un pesante impatto economico. Sulla seconda, la sfida posta da Trump, appare anche lei sulla difensiva. Non è l’unica.

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