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Putin annuncia il ritiro delle truppe russe dalla Siria: missione compiuta

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dopo due anni di guerra

Putin annuncia il ritiro delle truppe russe dalla Siria: missione compiuta

La campagna elettorale di Vladimir Putin inizia in Medio Oriente, là dove si chiude la campagna militare in Siria. Dalla base aerea russa di Hmeymim, nella provincia di Latakia, dopo due anni di bombardamenti Putin - arrivato a sorpresa questa mattina - ha ordinato l’avvio del ritiro. O meglio del ritorno a casa «di una parte significativa del contingente militare russo in Siria». Missione compiuta, ha detto il presidente ai suoi piloti, mettendo l’accento sulla sconfitta dello Stato islamico più che sulla vittoria del presidente siriano Bashar Assad sull’opposizione, resa possibile dall'intervento di Mosca scesa in campo nel settembre 2015.

L'annuncio del ritiro russo, opportuno per Putin che nei giorni scorsi ha confermato la propria candidatura alle elezioni del marzo prossimo, non equivale a un abbandono della scena. Al contrario, Putin marca il ritrovato ruolo di Mosca sulla scena mediorientale scossa dalle decisioni di Donald Trump sul destino di Gerusalemme, riconosciuta come capitale di Israele. Se la contemporanea vicinanza del Cremlino a Israele e al mondo arabo ora sarà più complicata da gestire, la mossa di Washington offre al presidente russo nuove opportunità di presentarsi in questa crisi come il punto di riferimento dai canali aperti con tutti, mentre il capo della Casa Bianca progetta di tornare sulla Luna e proseguire su Marte.

«Il compito di combattere i banditi armati qui in Siria - ha detto Putin sotto il sole di Latakia, ripreso dalle tv russe -, compito essenziale da assolvere con un ampio utilizzo delle forze armate, è stato in gran parte risolto, e risolto in modo spettacolare». Ma i terroristi sono avvisati, nel caso vogliano destabilizzare di nuovo la situazione in Siria. I russi, ha spiegato Putin, manterranno la base aerea permanente di Hmeymim e il porto di Tartous, sulla costa siriana del Mediterraneo: «E se i terroristi rialzeranno di nuovo la testa, gli infliggeremo dei colpi come mai finora hanno visto». «La patria vi aspetta, amici - ha poi detto Putin ai piloti -. Buon viaggio. Vi ringrazio per il vostro servizio».

Putin ritiene che ora in Siria, salvata come Stato sovrano e indipendente, si siano create le condizioni per una ricomposizione politica, sotto l’egida delle Nazioni Unite, mentre i profughi possono tornare a casa. La guerra civile, iniziata nel 2011, è costata la vita a 400mila persone.

L’incontro tra Vladimir Putin e Il Presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi - AFP PHOTO Alexander ZEMLIANICHENKO

Putin ha iniziato a discutere l’avvio del processo di stabilizzazione in Siria subito dopo aver lasciato Hmeymim, poiché la sua giornata è proseguita al Cairo per concludersi ad Ankara nel pomeriggio. Anche al Cairo il suo arrivo ha segnato la differenza con la crescente lontananza di Washington, che in agosto ha bloccato l’erogazione di 95,7 milioni di dollari in aiuti all’Egitto, secondo Paese dopo Israele nella lista dei beneficiari degli aiuti militari americani.

Al contrario, al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi Putin ha portato in dono un accordo del valore di 30 miliardi: dopo tre anni di trattative, Russia ed Egitto hanno infatti finalizzato la costruzione di un impianto nucleare ad el-Dabaa, sulla costa settentrionale a ovest del Cairo. L'agenzia atomica russa, Rosatom, costruirà i quattro reattori, e nell’arco di 60 anni fornirà il combustibile nucleare per poi decommissionare l’impianto. Sarà Mosca, in base all’accordo, a provvedere al finanziamento del progetto con un prestito di 25 miliardi di dollari.

Il riavvicinamento ad al-Sisi consentirà probabilmente nel prossimo futuro la ripresa dei voli passeggeri diretti tra Russia ed Egitto, ridando fiato al turismo egiziano e superando il blocco deciso da Mosca quando, nell'ottobre 2015, un aereo di turisti di ritorno da Sharm el-Sheikh esplose sul Sinai; attentato rivendicato dall'Isis, in cui morirono 224 persone.

Dall'Egitto Putin ha anche commentato pubblicamente per la prima volta la svolta di Trump sullo status di Gerusalemme, e si è unito alle critiche già espresse da tutti i leader mediorientali. «La Russia - ha detto il presidente - continua a sostenere tutte le posizioni prese in precedenza a questo proposito dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Consideriamo controproducente ogni passo che anticipi l’esito del dialogo tra palestinesi e israeliani. Pensiamo che tali passi siano destabilizzanti, che non aiutino a risolvere la situazione ma che al contrario alimentino il conflitto». Per ristabilire un dialogo diretto tra le due parti sono necessarie secondo Putin intese eque e di lungo termine, che rispondano agli interessi di entrambi.

L'intensa giornata mediorientale di Putin è proseguita ad Ankara, a cementare il legame anche con la Turchia di Recep Tayyep Erdogan dopo i primi anni della guerra siriana, combattuta da turchi e russi appoggiando fronti opposti. Ma ora anche Ankara è parte della fitta rete di alleanze ricamate da Putin, che in tre mesi ha incontrato Erdogan tre volte. Parlando con lui di energia e quindi del gasdotto Turkstream, di centrali nucleari e di armi, in particolare del sistema antimissile S-400. Uno scambio visto con grande irritazione dalla Nato, alleanza di cui la Turchia fa parte.

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