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Brexit, il Parlamento Ue ancora non si fida di Londra

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la plenaria a strasburgo

Brexit, il Parlamento Ue ancora non si fida di Londra

Sit-in contro la Brexit davanti al Parlamento britannico, a Londra (Epa)
Sit-in contro la Brexit davanti al Parlamento britannico, a Londra (Epa)

STRASBURGO - In un Europarlamento che si fa distrarre solo dal possibile - per alcuni fantomatico - europartito di Emmanuel Macron forte di 70 parlamentari Ue di vari gruppi, non c'è quell'entusiasmo che ci aspettava per il primo accordo su Brexit raggiunto l'8 dicembre.

In fondo Londra ha dovuto concedere molto, Theresa May in difficoltà deve placare i Brexiter più accaniti e neutralizzare la fronda interna, eppure Guy Verhofstadt, leader del gruppo Alde, i democratici e liberali, è più agguerrito di un anno fa quando, appena nominato rappresentante per il Parlamento Ue su Brexit, frenava la lingua e si augurava un divorzio non doloroso.

Questa mattina Verhofstadt non è stato per niente conciliante, irrigidito dalle parole nel weekend di David Davis. Il ministro per la Brexit a uso e consumo degli equilibri interni ha proclamato: «Se non ci sarà accordo commerciale non ci saranno neanche i soldi». Come se non sapesse che l'accordo finanziario è la fase uno e l'accordo commerciale la fase due. Per il Davis del weekend l'accordo «è una semplice dichiarazione di intenti», parole che stamattina Verhofstadt ha definito «inaccettabili».

È stato annunciato così un emendamento alla terza risoluzione dell'Europarlamento, che verrà discussa domani, con cui in sostanza si chiede di tradurre l'accordo May-Juncker in qualcosa di scritto che abbia valore vincolante per il Regno Unito.

Quando gli si fa notare che le parole di Davis sono esempio di quella «ambiguità costruttiva» da vendere ai conservatori britannici, Verhofstadt non coglie, non le considera neanche un danno all'accordo quanto «un autogol»: il Consiglio europeo «sarà più rigoroso, adesso vorranno che quanto è stato concordato a livello politico venga tradotto sul piano legale».

“il Consiglio europeo sarà più rigoroso, adesso vorranno che quanto è stato concordato a livello politico venga tradotto sul piano legale”

Guy Verhofstadt 

Nel pomeriggio su Twitter Davis ha ammesso indirettamente che Verhofstadt ha ragione, lo ha taggato per dirgli che non vedeva l'ora di lavorare assieme all'Europarlamento «per la priorità condivisa»: dare certezze procedurali e amministrative ai cittadini britannici e della Ue. Una priorità che certo è condivisa dai leader dei gruppi al Parlamento europeo, da Gianni Pittella, capogruppo dei socialisti, al tedesco Manfred Weber, capo dei popolari.

Tutti - Verhofstadt, Pittella, Weber - ammettono che i negoziati hanno fatto progressi ma il parlamento Ue sembra voler vestire il ruolo di sentinella sempre sul punto di alzare la paletta dell'alt. Si ripete il verbo to commit, il Regno Unito si deve impegnare, alla base neanche troppo nascosta c'è una mancanza di fiducia.

Pittella dice chiaro che il problema Irlanda «resta aperto». Un problema dei 27 paesi che va oltre Londra e Dublino: la linea sembra quella di pretendere dalla signora May che in assenza di un accordo specifico sull'Irlanda non ci sarà nessun accordo né confini di terra o di mare.

Il conservatore Weber riconosce i passi avanti che però non comportano alcun automatismo nel prossimo futuro. Nessuno accenna al futuro accordo commerciale fra Regno Unito e Unione europea, agli occhi dei eurodeputati è un non problema perché ci sono troppe cose da definire prima. E riguardano diritti, famiglie, confini.

L'Europarlamento avrà l'ultima parola sul divorzio. Intanto la discussione di domani è la vigilia del Consiglio europeo, il summit dei 27 leader il 14 e 15 dicembre a Bruxelles.

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