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Fed e tassi, i cinque punti chiave della riunione di stasera

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POLITICA MONETARIA

Fed e tassi, i cinque punti chiave della riunione di stasera

Un rialzo dei tassi quasi certo, le nuove attese sull’andamento del costo ufficiale del credito, le nuove proiezioni su crescita e inflazione e l’addio di Janet Yellen: è una riunione piena quella di dicembre, che terminerà stasera. Le novità che potranno emergere sono riassunte qui in cinque punti chiave.

Il rialzo dei tassi e i «dots»
I tassi di interesse, è ormai l’aspettativa predominante, saliranno oggi di altri 0,25 punti base, per portarsi all’1,25-1,50%. Sarà l’aspetto più importante della riunione di dicembre ma - proprio perché così ampiamente atteso - anche quello destinato ad avere il minore impatto sui mercati. Più interessante sarà capire se sono cambiate le prospettive per la stretta graduale che la Fed ha finora programmato. Ogni tre mesi, e quindi anche oggi, i governatori rivelano le loro attese sull’andamento dei tassi, per i tre anni successivi, pubblicate in un grafico a punti, o dots. Si tratterà di capire se è cambiata la velocità dell’intera fase di rialzo dei tassi che ha oggi, come obiettivo finale, il 2,75%.

Le previsioni di crescita

Insieme ai dots, la Fed pubblicherà anche le sue proiezioni su crescita. È molto probabile che non ci saranno indicazioni davvero nuove sull’andamento dei prezzi, mentre più interessante potrebbero essere quelle sull’attività economica, che appare robusta: negli ultimi due trimestri il pil è salito a un ritmo annualizzato superiore al 3%. Non è un livello davvero sostenibile, ma la domanda globale è in aumento e questo potrebbe aiutare l’economia. Le previsioni di settembre indicavano un rallentamento del pil, dal 2,4% del 2017 - è il dato mediano - al 2,1% del 2018, e poi al 2% e all’1,8% del 2020, che corrisponde alla velocità di lungo periodo, la tendenza attuale dell’economia americana.

La riforma fiscale di Trump
Sulla crescita potrebbe anche influire la riforma fiscale di Trump che non si limita - come mostrano le proteste di tutto il mondo - a una mera redistribuzione degli oneri, ma punta a incentivare l’attività economica interna. Allo stesso tempo però le nuove norme, soprattutto se abbinate a un piano di investimenti in infrastrutture, potrebbero ampliare il deficit pubblico americano e quindi il ricorso all’indebitamento. La speranza dell’Amministrazione è che il (doppio) progetto si “ripaghi” nel tempo, ma è indubbio che nel breve e forse anche nel medio periodo l’effetto sui conti pubblici sia negativo. Sarà interessante capire quanta tolleranza sarà disposta a concedere la Fed: l’impulso fiscale sull’economia, soprattutto se giudicato temporaneo, richiederebbe da solo tassi più alti, e l’impatto sui conti va nella stessa direzione.

L’«addio» di Yellen
È vero che sulle dichiarazioni della presidente Janet Yellen, in conferenza stampa, peserà il fatto che a inizio febbraio la guida della banca centrale Usa sarà assunta da Jerome Powell, l’avvocato scelto da Trump che peraltro sembra essere favorevole a una stretta leggermente più rapida rispetto a quella finora immaginata. Non bisogna aspettarsi troppo, però, sotto questo punto di vista. Difficile che Yellen, per un senso di correttezza verso l’istituzione, voglia “togliersi qualche sassolino” contro l’Amministrazione, così come è improbabile che il nuovo presidente abbia già lasciato il segno, per esempio nei dots. Domande sul passaggio delle consegne, da parte dei giornalisti presenti, saranno inevitabili.

Inflazione e disoccupazione

L’andamento dei prezzi e quelllo del mercato del lavoro non sono certo l’aspetto meno importante della politica monetaria, ma la posizione della Fed sui due obiettivi è nota da due anni: prima o poi, sia pure con un forte ritardo rispetto al passato, la bassa disoccupazione si trasformerà in prezzi più alti. È possibile però che la Yellen sia incalzata su questo tema, perché mancano segnali di vere pressioni sui prezzi. La disoccupazione è scesa al 4,1%, contro un obiettivo di lungo periodo del 4,6% ma l’inflazione core è ancora all’1,4%, mentre dovrebbe puntare al 2%. È anche vero però che le previsioni di settembre puntavano a un +1,5% per fine anno, e all’1,9% per fine 2018.

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