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L’America volta le spalle alla Wto

MULTILATERALISMO IN CRISI

L’America volta le spalle alla Wto

(Afp)
(Afp)

Che il 2017 non sarebbe stato un anno fortunato per la Wto lo si era capito la notte dell’8 novembre del 2016, quando Donald Trump ha conquistato la Casa Bianca. Altri Paesi hanno contribuito all’esito scoraggiante della Conferenza di Buenos Aires che si è chiusa ieri, senza un comunicato politico e senza passi avanti su capitoli delicati quali agricoltura, investimenti ed e-commerce. Ma la vera guastatrice è stata l’“America First”, che si sente penalizzata dal multilateralismo da lei stessa costruito e “imposto” nel dopoguerra e ora preferirebbe avere le mani libere dai lacci della Wto, del Nafta, della Nato, dell’Onu. «Serviva un balzo avanti e non c’è stato», ha detto il direttore generale della Wto, Roberto Azevedo, senza nascondere «profonda delusione».

Tutto quello che la Conferenza è riuscita a fare è salvare il salvabile sulla moratoria dei dazi sulle trasmissioni elettroniche e su quella sulla violazione della proprietà intellettuale sui farmaci da parte dei Paesi in via di sviluppo, che sarebbero scadute quest’anno e sono state rinnovate. Per il resto non si va oltre l’impegno a continuare a negoziare e all’avvio del processo di adesione del Sud Sudan. «Non è la prima volta che un vertice Wto non raggiunge risultati - ha detto Azevedo - ma siamo delusi. A volte i compromessi, anche dolorosi, sono necessari. Serve flessibilità, e qui non c’è stata».

Su undici Conferenze ministeriali, già in tre occasioni non si era riusciti ad arrivare a un comunicato finale condiviso (Seattle 1999, Cancun 2003, Ginevra 2011).

Il disimpegno di Washington

Senza la leadership Usa, il multilateralismo dà prova di non progredire. Con il loro ostruzionismo, un meccanismo che si basa sul consenso dei 164 Stati membri vacilla: la Ue (con la Germania senza Governo) non è stata in grado di raccogliere il testimone. Il «disimpegno» di Washington, come preferiscono chiamarlo ministri e delegati, aveva già portato allo stallo i lavori di preparazione a Ginevra e a Buenos Aires ha raggiunto l’apice con la decisione del Rappresentante Usa al Commercio, Robert Lighthizer, di lasciare la conferenza in anticipo.

Gli Stati Uniti si sono opposti a un comunicato congiunto che ribadisse la centralità della Wto nel sistema multilaterale e come traino per lo sviluppo. Si conferma il percorso avviato al G-20 di marzo in Germania, quando il segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, aveva fatto togliere dal comunicato finale la consueta opposizione al protezionismo.

Gli Stati Uniti, poi, stanno portando allo stremo il meccanismo di soluzione delle dispute della Wto, la sua ragion d’essere. Da mesi boicottano la nomina dei seggi vacanti nella Corte d’appello (Appelate Body), ormai ridotta a quattro membri su sette. Da settembre diventeranno tre, abbastanza per formare un panel giudicante, del tutto insufficienti a gestire la mole dei ricorsi.

Per non farsi mancare niente, Washington ha scelto proprio la giornata conclusiva del vertice per annunciare di avere denunciato alla Wto sette società cinesi che dovrebbero essere qualificate come statali in base alle regole della organizzazione. Del resto, l’unica concessione fatta dagli Usa alla cooperazione internazionale a Buenos Aires è stata la dichiarazione siglata martedì con Ue e Giappone contro il dumping della Cina. Che incassa senza drammi e esce dal vertice con un ruolo rafforzato di leader dei Paesi in via di sviluppo.

«Abbiamo fallito, la conferenza ha messo alla luce tutti i limiti del processo negoziale della Wto», avrebbe detto in una riunione a porte chiuse il commissario Ue al Commercio, Cecilia Malmstroem. «È una grandissima delusione - ha dichiarato il sottosegretario allo Sviluppo, Ivan Scalfarotto - che la Conferenza si chiuda in pratica senza alcun concreto risultato negoziale: una grande mancanza di visione da parte di alcuni tra i maggiori player degli scambi mondiali».

C’è vita oltre Buenos Aires?

Nessuno si aspettava grandi risultati. I temi erano divisivi e a puntare i piedi non sono stati solo gli Usa, con la disgregazione dei blocchi tradizionali, ricoagulati in alleanze a geometria variabile sui singoli dossier. Un approccio teorizzato da Lighthizer, che ci vede negli accordi settoriali «la nuova strada per la Wto».

L’India si è confermata un osso durissimo. Il suo obiettivo era difendere il proprio programma per la sicurezza alimentare: 270 milioni di indiani vivono sotto la soglia della povertà. Voleva una soluzione definitiva, ha ottenuto solo la proroga del compromesso provvisorio raggiunto a Bali nel 2013. Per ottenere il risultato, New Delhi ha frenato su tutto. Per esempio sull’e-commerce, che vede Ue e Usa allineate, ma costrette a fermarsi alla dichiarazione sottoscritta da 70 Paesi per promuovere un negoziato nella cornice della Wto. India e molti Paesi in via di sviluppo (dall’Argentina alla Nigeria) temono invece che la regolamentazione agevolerebbe gli interessi dei big del settore. Si è salvata almeno la moratoria sulle trasmissioni elettroniche, che permette di scaricare senza dazi i film delle web tv o i giochi per gli smartphone e in prospettiva i progetti per la stampa in 3d.

Sul blocco dei sussidi alla pesca per combattere lo spopolamento dei mari si cercherà un accordo nel 2019, in modo da arrivare pronti alla moratoria decisa dall’Onu per l’anno successivo. Completano il quadro dichiarazioni plurilaterali sulla facilitazione degli investimenti (70 Paesi, tra cui Cina) e sul sostegno delle Pmi (87 Paesi).

Circa 120 Paesi hanno poi sottoscritto una dichiarazione di sostegno del ruolo delle donne nel commercio, iniziativa guidata da Canada, Islanda e Sierra Leone e fortemente sostenuta dalla Malmstroem. Scontata l’opposizione dell’Arabia Saudita, meno quella degli Usa, che si ritrovano così al fianco di uno dei Paesi più sciovinisti del mondo.

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