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Fondi strutturali vincolati alle riforme

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Fondi strutturali vincolati alle riforme

  • –Giuseppe Chiellino

Il pacchetto di riforma dell’Unione monetaria europea presentato la settimana scorsa dalla Commissione Ue contiene una proposta di regolamento presentata al Consiglio e al Parlamento che, se approvata, taglierebbe già dal prossimo anno i fondi strutturali 2014-2020 destinati alle regioni. L’impatto può arrivare fino a 27 miliardi, pari al 6% della dotazione complessiva dei cinque fondi strutturali (Fesr, Fse, Feasr, Fondo Coesione e Feamp). Per l’Italia, secondo paese beneficiario della politica di coesione dopo la Polonia, l’impatto sarebbe di circa 2,5 miliardi su 42 complessivi previsti dai cinque fondi per il 2014-2020; oltre tre quarti riguardano il Fesr, il Fondo europeo di sviluppo regionale.

L’idea, come si legge nel documento approvato dalla Commissione, è di estendere la possibilità di utilizzare l’attuale riserva di performance dei Fondi strutturali a sostegno delle riforme strutturali nazionali. Si tratta di una vecchia richiesta della Germania, che ha trovato terreno fertile nel gabinetto Juncker a “trazione tedesca”. La novità sarebbe introdotta a partire dal 2018 attraverso una modifica al regolamento dei fondi, ma è presentata esplicitamente come un test, la fase pilota per realizzare un reform delivery tool, uno strumento di attuazione delle riforme, che verrebbe poi finanziato stabilmente a partire dal prossimo bilancio pluriennale 2021-2027, con quali soldi non si sa (o non si dice).

Il meccanismo immaginato prevede per ciascuno Stato membro la possibilità di dirottare la cosiddetta “riserva di performance” (pari al 6% dei programmi operativi e la cui erogazione è subordinata al raggiungimento degli obiettivi fissati all’inizio del periodo) nel nuovo strumento ed utilizzarla per finanziare le riforme strutturali concordate con la Commissione, nell’ambito del cosidetto “Semestre europeo”, lo schema su cui si basa il coordinamento delle politiche economiche dei partner dell’Unione. Scopo della proposta, infatti, è rafforzare la stabilità della zona euro nel quadro delle regole comunitarie, esplorando tutte le strade possibili per costringere gli Stati membri a realizzare le riforme ritenute utili o necessarie, dalle pensioni al mercato del lavoro, dal sistema scolastico al funzionamento della giustizia. Obiettivi sacrosanti ma nulla a che vedere con gli investimenti per lo sviluppo dei territori.

La proposta sta facendo molto discutere e l’approvazione da parte del Parlamento e del Consiglio non è affatto scontata. Al di là della perdita di risorse a breve termine per le regioni, c’è il timore che si tratti di un grimaldello per forzare la cassaforte della politica di coesione che da sola rappresenta, con i cinque fondi in questione, poco meno della metà dell’intero bilancio Ue. Le risorse finora veicolate attraverso le regioni alle imprese e agli enti locali per lo sviluppo delle aree più in ritardo nella Ue, potrebbero sempre di più prendere altre strade, con effetti che - secondo i difensori della politica di coesione - rischiano di essere perversi. Il meccanismo, infatti, non prevede il cofinanziamento nazionale e dunque gli Stati membri potrebbero essere indotti a servirsene, con una sensibile riduzione degli investimenti pubblici. Non solo. Gli Stati membri più avvantaggiati da questa proposta sarebbero proprio quelli meno capaci di utilizzare le risorse dei fondi strutturali europei e che dunque, pur di non perdere la riserva di performance la baratterebbero con le riforme strutturali.

«Si tratta di risorse fondamentali che hanno ricadute importantissime sui territori e che la Commissione non può scegliere di ricentralizzare senza consultare gli enti locali e, in particolare, chi rappresenta le Regioni in Europa» afferma Raffaele Cattaneo, presidente del Consiglio regionale della Lombardia e membro del Comitato delle regioni che osteggia la proposta. «Se vogliamo ricostruire il filo della fiducia con i cittadini e le istituzioni comunitarie occorre ripartire dal rapporto con i territori e con i loro rappresentanti».

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