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Descalzi e Scaroni a processo

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Medio Oriente

Descalzi e Scaroni a processo

  • –Stefano Elli

MILANO

A febbraio la procura di Milano aveva chiesto il rinvio a giudizio per Eni, Shell e per 15 persone fisiche; a dicembre lo ha ottenuto. Ieri la Giudice per l’udienza preliminare, Giuseppina Barbara ha disposto il rinvio a giudizio per i due colossi petroliferi (sotto inchiesta per la legge 231 del 2001 sulle responsabilità degli enti) e per altre 13 persone fisiche, tra cui l’attuale ad di Eni, Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni. Oltre ai due top manager italiani, ad affrontare il processo per corruzione internazionale per le presunte tangenti pagate nel 2011 al Governo della Nigeria saranno l’ex presidente della Shell Foundation, Malcolm Brinded, tre ex dirigenti della oil company olandese: Peter Robinson, Guy Colgate, John Coplestone e tre ex manager del cane a sei zampe: Roberto Casula, già a capo della divisione esplorazioni, Vincenzo Armanna, già vice presidente del gruppo in Nigeria, Ciro Antonio Pagano, già managing director di Nae, società del gruppo Eni, oltre ad alcuni mediatori, tra i quali Luigi Bisignani, Gianfranco Falcioni (ai tempi vice console onorario in Nigeria) e il russo Ednan Agaev, oltre all’ex ministro del petrolio della Nigeria Dan Etete.

Altri due imputati, gli intermediari Emeka Obi e Gianluca Di Nardo hanno scelto di farsi giudicare con rito abbreviato. L’inchiesta, condotta dall’aggiunto Fabio De Pasquale e dal pm Sergio Spadaro, verte sulla presunta «dazione ambientale» da un miliardo e 92 milioni di dollari che sarebbe stata versata nel 2011 a esponenti politici nigeriani e finalizzata a ottenere dal locale governo una concessione offshore per effettuare esplorazioni petrolifere (nome in codice Opl-245). La prima udienza del processo è stata fissata al 5 marzo prossimo presso la decima sezione penale del Tribunale penale di Milano. Secondo la tesi accusatoria sarebbe stato l’ex ad Eni Scaroni a dare il proprio benestare all’intermediazione di Obi (su proposta di Bisignani). Scaroni avrebbe poi invitato Descalzi (che all’epoca era direttore generale della divisione Exploration & production di Eni) ad adeguarsi.

Secondo la ricostruzione dell’accusa (sempre respinta dalle difese degli imputati)sarebbero stati entrambi, poi, ad aver incontrato l’allora presidente nigeriano Jonathan Goodluck per definire l’affare nei dettagli. L’intrigo internazionale si sviluppa tra Londra, Abuja, Roma, la Svizzera e il Libano nel 1998, quando l’allora presidente della Nigeria Sani Abacha decise per l’assegnazione del blocco Opl-245 alla società locale Malabu Oil Company, una scatola vuota dietro la quale si celava proprio l’ex ministro del petrolio Etete, oggi sotto processo a Milano. Alla morte del presidente, il successore Olusegun Obasanjo revocò la licenza alla Malabu e la fece assegnare alla Shell. Vennero avviate decine di cause alla fine delle quali la concessione venne riaffidata a Etete. Di qui l’ingresso dell’Eni e il presunto pagamento della maxitangente che avvenne nell’aprile del 2011. Ieri il Cda di Eni in un comunicato ha confermato «la fiducia circa l’estraneità di Eni alle condotte corruttive contestate» e ha «confermato la massima fiducia nell’ad Claudio Descalzi, sulla sua totale estraneità alle ipotesi di reato contestate e, in generale, sul ruolo di capo azienda. Eni esprime piena fiducia nella giustizia e nel fatto che il procedimento giudiziario accerterà e confermerà la correttezza e integrità del proprio operato». Di tenore analogo il comunicato rilasciato dalla Shell: «Siamo delusi dall’esito dell’udienza preliminare e dalla decisione di rinviare a giudizio Shell e i suoi ex dipendenti. Confidiamo che nel dibattimento i giudici giungeranno alla conclusione che non sussiste alcuna ragione di ritenere Shell o i suoi ex dipendenti responsabili di condotte illecite».

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