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Nodi economici e tensioni sociali frenano il rilancio dell’Argentina

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le riforme difficili/2

Nodi economici e tensioni sociali frenano il rilancio dell’Argentina

Scontri  a Buenos Aires tra polizia e manifestanti, in piazza per protestare contro la riforma delle pensioni
Scontri a Buenos Aires tra polizia e manifestanti, in piazza per protestare contro la riforma delle pensioni

In questa calda estate australe, con le jacarandas in fiore e le avenidas di Buenos Aires meno trafficate del solito, vanno in scena due drammi nazionali: le massicce proteste per la riforma delle pensioni approvata dal Senato e la rinuncia ufficiale alle ricerche del sottomarino scomparso nell’Atlantico del Sud lo scorso 15 novembre con a bordo 44 membri dell’equipaggio. Due episodi - uno politico, l’altro catastrofico - solo apparentemente slegati tra di loro. Il determinismo e, forse, l’ineluttabilità.

L’Argentina di Mauricio Macri, il presidente di centrodestra che ha riattivato l’interesse degli investitori internazionali, non è ripartita con lo slancio che ci si aspettava: il Pil, nel 2016, ha subito una flessione del 2,2-2,3% e nel 2017, secondo le previsioni, sarà di poco superiore al 2 per cento. Insomma un’economia ancora troppo vincolata ai prezzi internazionali delle commodities agricole. La solita maledizione delle materie prime, stavolta cerealicole, per un Paese di soli 40milioni di abitanti che produce cibo per 400 milioni ma dove, drammaticamente, c’è chi muore di fame. L’inarrivabile Ernesto Sabato, uno dei grandi della letteratura argentina, lo aveva scritto trent’anni fa: “La storia non è meccanica perché gli uomini sono liberi di cambiarla”. E invece, al di là della ciclicità delle commodities, il Paese non riesce a ripensarsi.

La riforma delle pensioni
Era stato previsto, alcuni analisti argentini l’avevano definita una bomba a orologeria. La riforma è stata approvata pochi giorni fa, dopo violente contestazioni di piazza. Nonostante la forte opposizione popolare, viene sostenuta da 11 dei 24 governatori del Paese. Sono più di 17 milioni di argentini interessati dai tagli; già in marzo, mese in cui era prevista un’indicizzazione del 15%, i pensionati assisteranno a una riduzione del loro potere di acquisto. «Vi sarebbero stati ben altri ambiti in cui incidere», affermano i sindacalisti. Anche se il comparto previdenziale è proprio quello che più pesa sul totale della spesa pubblica: il sistema eroga 8 milioni di pensioni e, ciò che è peggio, vi è solo un lavoratore attivo per ogni pensionato. «La sostenibilità - spiega il ministro dell’economia Nicolas Dujovne - dovrebbe poggiare su un rapporto tre volte più favorevole».

Il modello economico
Uno scontro sociale che ripropone la discussione sul modello economico da adottare in un Paese che non riesce davvero ad acquisire stabilità: il rientro dei capitali all’estero è stato registrato come un punto a favore di Macri: negli ultimi 18 mesi sono rientrati 116 miliardi di dollari, una somma rilevante se paragonata ai 102 dell’Italia, tenendo conto delle dimensioni delle due economie. Anche se l’inflazione superiore al 30% annuo rimane un nodo gordiano. Dopo Venezuela e Zimbabwe, l’Argentina è il Paese che spicca per un tasso di inflazione altissimo. È stato ereditato dai governi precedenti, ma in questi due anni non è stato registrato alcun progresso significativo nel rallentamento della corsa dei prezzi. La forza del peronismo - la formazione politica argentina con più lunga tradizione - e il cartello costituito dagli oligopoli commerciali della grande distribuzione argentina, sono i due fattori che ne impediscono la riduzione.

Eppure in questo Paese alla Fine del mondo, un po’ di ottimismo si respira sempre, se non altro perché insufflato dai mercati finanziari americani che appoggiano la governance di Macri.

I mercati finanziari
Il rientro dell’Argentina nel circuito del mercato dei capitali, da cui era stata esclusa durante la gestione Kirchner, dà ossigeno al Paese. Solo due mesi fa vi è stata un’emissione di titoli di Stato per circa 2,75 miliardi di dollari. Dopo il drammatico default del 2001, l’emissione ha attirato richieste quattro volte superiori l’ammontare offerto. Con un rating nella categoria a rischio “B3/B+” gli investitori sono riusciti a strappare un rendimento del 3,5% per la tranche a 5 anni, del 5,3% per quella a 10 anni. L’Argentina ha infine aggiunto per la prima volta una tranche a 30 anni che gode di un rendimento a scadenza del 6,3 per cento.

Nell’ultimo anno il Paese latinoamericano ha raccolto circa 16 miliardi di nuovo debito e ha lanciato un’emissione record: un’obbligazione con scadenza a 100 anni. Si chiama ”Matusalem bond”, è denominato in dollari ed è stato venduto tramite un sindacato di banche con la promessa di una cedola del 7,9 per cento.

Dopo la grave fuga di capitali, dovuta principalmente al crollo delle materie prime, al rallentamento della Cina e alla politica monetaria della Fed, negli ultimi due anni i capitali stanno tornando ad affluire. I fondi equity emergenti da inizio anno hanno raccolto circa 35,4 miliardi di dollari di flussi netti. Quelli obbligazionari 36.

La Borsa corre e ha garantito lauti guadagni a chi ci ha creduto: l’indice Merval, nel 2016, è salito del 17% in dollari e nel 2017 del 45 per cento. Aumenti rilevanti che si spiegano con le dimensioni contenute del mercato, caratterizzato da una bassa capitalizzazione.

La Borsa alle stelle, la fortuna d’essere il granaio del mondo, l’incapacità di affrancarsi dal giogo dei prezzi internazionali delle commodities, l’assottigliamento della classe media. È l’Argentina di sempre, quella descritta da Borges e Cortazar, della viveza gaucha, la furbizia contadina. Di chi, ovvio, possiede grandi proprietà terriere.

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