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Rouhani non spegne la protesta

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Medio Oriente

Rouhani non spegne la protesta

  • –Roberto Bongiorni

Edifici pubblici e auto della polizia dati alle fiamme. Centri religiosi, banche e sedi della milizia islamica del regime attaccati da gruppi di dimostranti. Colpi di arma da fuoco. Le manifestazioni antigovernative in Iran stanno assumendo una pericolosa deriva.

Sono almeno 12, di cui 10 solo ieri,i manifestanti uccisi nel corso delle proteste contro il regime,in cui ieri sarebbe stato ucciso con un fucile anche un poliziotto, e tre feriti.Scoppiate giovedì scorso nella città di Mashhad come proteste contro il carovita e la corruzione, le manifestazioni, le più accese dal 2009, si sono diffuse a macchia d’olio in decine di città assumendo una connotazione politica contro il Governo e il presidente Hassan Rouhani, ma anche contro la potente guida spirituale della Repubblica islamica,l’ayatollah ultra-conservatore Ali Khamenei.

Preoccupato per il corso degli eventi Rouhani,il clerico moderato e riformatore riconfermato presidente alle elezioni dello scorso maggio,ha riconosciuto in televisione il diritto a manifestare evitando però la violenza. Dopo aver reso noto di comprendere lo scontento per disoccupazione, corruzione e mancanza di trasparenza, Rouhani ha fatto un appello all’unità tra «governo, parlamento, giustizia e esercito» per tutelare gli «interessi nazionali» contro quello che a suo avviso sarebbe un «piccolo gruppo che grida slogan illegali,insulta la religione e i valori della rivoluzione islamica».

Per quanto ancora contenuta rispetto ai disordini del 2009, quando decine di migliaia di iraniani scesero in piazza per manifestare contro l’elezione del candidato conservatore Mahmoud Ahmadinejad,la risposta delle forze di sicurezza sta divenendo via via più dura. Oltre 400 persone sono già state arrestate. Tra queste anche l’attivista iraniana Masih Alinejad,il simbolo delle proteste antigovernative.

La giovane Mashid si era tolta il velo il 27 dicembre sventolandolo nel mezzo di una strada affollata. Da allora non è stata la sola. Per evitare i raduni di strada,le autorità hanno bloccato l’accesso ai social network. Ancora una volta il presidente americano Donald Trump ha criticato il regime iraniano con un tweet, attaccando anche l’accordo sul dossier nucleare del 2015:«Il grande popolo iraniano è stato represso per molti anni. Sono affamati di cibo e libertà. Assieme ai diritti umani la ricchezza dell’Iran è stata saccheggiata. È ora di cambiare», ha scritto. Immediata la replica di Rouhani: «Quest’uomo in America vuole manifestare simpatia verso il nostro popolo ma ha dimenticato che pochi mesi fa chiamava l’intera nazione iraniana nazione di terroristi,nazione del terrore».

Ma gli iraniani non sembrano disposti a cessare la loro protesta. Agli occhi di molti di loro l’uomo della speranza, che aveva posto il rilancio dell’economia al centro del suo programma elettorale,dichiarando guerra alla corruzione,si è rapidamente trasformato nel riformista mancato.

Dalla rimozione (a inizio 2016)di molte sanzioni, incluso l’embargo petrolifero europeo,l’economia iraniana ha registrato una forte crescita che dovrebbe continuare anche nei prossimi anni. Ma in questo Paese che mira a divenire la potenza regionale del Golfo,la classe media si è assottigliata, mentre la disoccupazione resta molto alta. E a pagarne il costo sono le classi meno abbienti e i giovani (il cui tasso di disoccupazione sfiora il 30%). La corruzione,endemica, ha frenato la distribuzione della ricchezza.

Si è trattato di un boom senza benessere. Non esiste forse situazione peggiore di quella di un Paese con una forte crescita economica,dove però la forza lavoro (700mila iraniani si affacciano ogni anno sul mercato) rimane in buona parte ai margini.Per i giovani laureati è una situazione inaccettabile. E la frustrazione ha subito ceduto il posto alla rabbia.

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