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Per le aziende italiane finanziamenti più difficili

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Per le aziende italiane finanziamenti più difficili

  • –Luca Orlando

Milano

«Direi che la situazione si complica. E trovare le garanzie sulle commesse in questo momento diventa ancora più difficile». Stefano Pari non nasconde la propria preoccupazione. L’azienda che guida, Sms Innse, ha conquistato in Iran ordini per poco meno di mezzo miliardo di euro, che quasi raddoppiano tenendo conto dell’intero gruppo, una multinazionale tedesca di impiantistica. Ordini per nuove acciaierie che paradossalmente proprio in questi giorni si sono in parte sbloccati, con il pagamento di una piccola tranche in euro. «Si trattava di un primo tassello - aggiunge l’ad - e proprio ora che stavamo lavorando per trovare tutte le garanzie la situazione torna a complicarsi. Certo, con l’Iran si lavora sempre su tempi lunghi ma per poter operare serve stabilità politica. Staremo a vedere, non le nascondo che questi contratti per noi sarebbero un passo importante». La delusione di Pari è comune a quella di molti altri imprenditori italiani, che dopo anni di embargo guardavano all’Iran come ad un terreno ideale per i prodotti del made in Italy, in particolare nella filiera della meccanica strumentale, delle infrastrutture e dell’impiantistica in senso lato. È il caso di Vitali, azienda lombarda che si è aggiudicata un ordine rilevante negli aeroporti iraniani. «Prima di agire aspettiamo le garanzie sui crediti - spiega il direttore marketing di Vitali Giuseppe Bonacina - e questa instabilità politica certo non aiuta. Un anno fa le prospettive erano decisamente diverse, ci sentivamo ottimisti. Per noi si tratta della maggiore commessa estera della storia, oltre 100 milioni per le infrastrutture dell’aeroporto di Tabriz, a cui si aggiunge un contratto aperto per la manutenzione di altri 54 scali. Pessimista? Diciamo che i problemi sono superiori a quello che ci aspettavamo». Sulla carta i memorandum firmati con le nostre imprese valgono 25 miliardi: tra autostrade e acciaierie, ospedali e oleodotti, aeroporti e componentistica. Intese in gran parte siglate nel gennaio 2016, in occasione della visita in Italia del presidente iraniano Rohani. Sulle quali però resta il nodo dei pagamenti, con numerose banche ancora timorose nel concedere finanziamenti. Ritrosia legata all’incertezza sulla disciplina sanzionatoria (che potrebbe essere nuovamente inasprita dagli Usa), che si riverbera sul sistema di garanzia, con il risultato di frenare a monte le transazioni. Contratti in stand by che avrebbero dovuto alimentare anche il nostro export, in passato fonte di qualche soddisfazione per le nostre imprese. Dai 436 milioni del 1995, le nostre vendite verso Teheran si sono arrampicate fino al top di 2,25 miliardi nel 2005, risultato solo avvicinato tre anni più tardi. Da allora il crollo è stato verticale, con volumi di commesse dimezzate a poco più di un miliardo di euro nel 2013. Gli effetti della riduzione dell’impianto sanzionatorio nei confronti dell’Iran, costruito per stratificazioni successive a partire da fine 2006, si erano già visti nei volumi del 2016, schizzati verso l’alto del 29%. Un trend confermato anche nei primi nove mesi dello scorso anno (ultimi dati disponibili), con un controvalore lievitato del 18% (l’Europa cresce però ad un tasso doppio) a quota 1,25 miliardi. Per oltre la metà il nostro export è legato ad impiantistica, macchinari e attrezzature, comparto che da solo tra gennaio e settembre ha realizzato vendite per 692 milioni di euro (+17%).

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