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Tagli al welfare e guerre per procura: da dove nasce la protesta iraniana

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miliardi di dollari dirottati all’estero

Tagli al welfare e guerre per procura: da dove nasce la protesta iraniana

Manifestanti all’Università di Teheran
Manifestanti all’Università di Teheran

«Lasciate stare la Siria, pensate a noi!» . Così recita uno dei tanti slogan intonati dagli iraniani in questa settimana di manifestazioni antigovernative, che hanno già causato più di 20 morti e un migliaio di arresti. All’origine della protesta, che ha poi assunto una più ampia connotazione politica, c’è infatti l’insoddisfazione per le condizioni economiche e i tagli a sussidi e welfare dovuti, almeno in parte, alle costose campagne militari all’estero: Siria, Libano, Yemen, Iraq, Territori palestinesi.

Le guerre per procura
Sono le cosiddette “guerre per procura”, considerate dal regime iraniano un modo per estendere la propria egemonia e il primato sciita nella regione e contrastare quella degli acerrimi rivali sauditi. Conflittti che vedono in prima linea i pasdaran, i Guardiani della rivoluzione islamica (contro cui il presidente americano Trump ha dato mandato al Tesoro di elaborare nuove sanzioni), ma nei quali Teheran interviene anche con contributi di denaro o petrolio.

È difficile stimare con precisione l’impatto di questo impegno sui conti pubblici iraniani: non ci sono, ovviamente, voci di bilancio specifiche che lo quantifichino. Si sa però che il presidente Hassan Rouhani ha proposto aumenti significativi nella spesa militare prevista per il prossimo anno finanziario, che prenderà il via a marzo; e che 8 miliardi di dollari sono destinati ai Guardiani della rivoluzione (che hanno poi altre sostanziose fonti di finanziamento autonomo, avendo un ampio controllo dell’economia del Paese). Per sostenere l’incremento della spesa militare, il budget proposto prevede aumenti delle tasse e dei prezzi della benzina, insieme a robusti tagli - circa il 45% - degli assegni ai poveri.

I costi Paese per Paese
Dove poi non arriva la contabilità ufficiale, interviene l’intelligence del nemico. Ieri Gadi Eizenkot, capo delle forze armate israeliane, in un intervento pubblico ha fatto un resoconto abbastanza completo dell’impegno di Teheran: miliardi di dollari dal 2012 a oggi per la Siria (tra i 15 e i 20 miliardi secondo il think tank americano Atlantic Council), dove Teheran schiera 2mila consiglieri militari e migliaia di combattenti che hanno contribuito al consolidamento del potere di Bashar al-Assad, «tra i 700 milioni e il miliardo all’anno» a favore delle milizie libanesi sciite di Hezbollah, 100 milioni all’anno per il movimento palestinese islamico Hamas a Gaza dove - ha precisato il generale - «l’investimento è cresciuto negli ultimi mesi» . Infine «centinaia di milioni» in Iraq e in Yemen dove - anche in questo caso la ricostruzione arriva da fonti”nemiche”, occidentali e saudite - Teheran avrebbe sostenuto i ribelli Houthi.

Lunedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu - insieme a Donald Trump uno dei più severi accusatori di Teheran - ha criticato il regime iraniano, che «spreca decine di miliardi di dollari per diffondere l’odio» anziché «costruire scurole e ospedali». Una chiave di lettura senz’altro politicamente orientata, che però è stata fatta propria almeno da una parte della società iraniana.

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