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Teheran accusa i nemici esterni

Medio Oriente

Teheran accusa i nemici esterni

  • –Michele Pignatelli

Al sesto giorno di scontri e proteste che sempre più lo vedono nel mirino, l’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema iraniana, ha preso la parola, accusando le potenze straniere di averle fomentate. «Negli ultimi giorni - ha detto in una dichiarazione pubblicata sul suo sito web - i nemici dell’Iran hanno utilizzato diversi strumenti - denaro, armi, politica e intelligence - per creare problemi alla Repubblica islamica». Khamenei non ha fatto nomi, ma Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, ha accusato Stati Uniti, Gran Bretagna e Arabia Saudita di guidare una sorta di guerra per procura, avvertendo in particolare i sauditi che ci sarà una reazione «inattesa e seria».

Gli unici a farsi sentire, dei tre Paesi messi sotto accusa, continuano a essere gli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump che ieri ha ribadito il suo sostegno ai manifestanti: «Il popolo iraniano - ha twittato - si è finalmente mosso contro un regime brutale e corrotto... La gente ha poco cibo, molta inflazione e niente diritti umani. Gli Stati Uniti guardano!». Dietro le parole del presidente si muove l’Amministrazione, che prepara nuove sanzioni all’Iran se Teheran userà il pugno duro contro le proteste dei civili, come ha confermato ieri a Fox News Kelyanne Conway, consigliera di Trump. Sanzioni che si potrebbero aggiungere a quelle congelate in base all’accordo tra Iran e potenze mondiali che ora il presidente americano vuole azzerare. Washington preme anche perché il governo iraniano metta fine al blocco di Instagram, Telegram e altri popolari social network, definiti dal sottosegretario di Stato Steve Goldstein «luoghi legittimi per la comunicazione». E Nikki Haley, rappresentante permanente all’Onu per gli Usa, ha preannunciato che chiederà una sessione di emergenza sull’Iran alle Nazioni Unite.

Il bilancio degli scontri è salito intanto a oltre venti morti, compreso un bambino di 11 anni, mentre gli arresti sono quasi un migliaio, 450 negli ultimi tre giorni nella sola capitale. Nove persone sono morte nella provincia di Isfahan, inclusi due membri delle forze di sicurezza; sei manifestanti sono stati uccisi mentre attaccavano una stazione di polizia nella città di Qahderijan.

Le proteste erano partite giovedì scorso a Mashad, seconda città del Paese, e sembravano inizialmente manifestazioni antigovernative dettate dal malcontento economico - l’inflazione sotto la presidenza di Hassan Rouhani è scesa ma è ancora al 10%, la disoccupazione giovanile supera il 29% - e dall’insofferenza contro la corruzione. Bersaglio dei manifestanti appariva proprio il presidente, un moderato pragmatico, tanto che molti hanno ipotizzato una regia dell’ala conservatrice. Ben presto però la protesta si è allargata a tutto il Paese, trasformandosi nella più ampia contestazione dal 2009 (l’anno della Rivoluzione Verde) contro l’intero establishment politico e religioso che guida la Repubblica islamica dal 1979. Primo fra tutti l’ayatollah Khamenei, Guida suprema dal 1989, a cui ora i manifestanti gridano che «è ora di andarsene». E se Rouhani ha tenuto finora una posizione intermedia, invitando a distinguere le manifestazioni legali dalle proteste violente, meno conciliante è stato il capo della Corte rivoluzionaria di Teheran, Moussa Ghazanfarabadi. Gli arrestati - ha detto - saranno presto processati e i leader della protesta potrebbero essere accusati (e condannati) per moharebeh (letteralmente “guerra contro Dio”), un reato che prevede la pena di morte.

Il governo tuttavia non ha finora chiesto l’intervento dei pasdaran, i guardiani della rivoluzione, e dei loro temibili basij, le milizie scese in campo nel 2009 con un bilancio di decine di morti.

La situazione di incertezza e grave instabilità si fa sentire intanto sul petrolio, di cui l’Iran - con 3,8 milioni di barili al giorno - è terzo produttore Opec, anche se le autorità iraniane assicurano che non ci sono state ripercussioni su produzione ed export. Ieri i future sul Wti hanno toccato in apertura i 60,74 dollari al barile, la quotazione più alta da giugno 2015, per poi calare sulla spinta di altri fattori.

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