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Il petrolio troppo caro che non piace a Mosca

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l’analisi

Il petrolio troppo caro che non piace a Mosca

«Le voci sulla “morte” del petrolio sono enormemente esagerate», diceva nei mesi scorsi in Italia Igor Sechin, zar del greggio russo: «Per i prossimi 20-30 anni e anche oltre - assicurava - il petrolio resterà alla base degli scenari energetici mondiali».

I rialzi dei prezzi registrati in queste settimane (+13% da inizio dicembre) gli danno ragione. E tra i motivi che ormai avvicinano il Brent a quota 70 dollari il barile la Russia è ai primi posti, accanto ai produttori dell’Opec con cui in dicembre ha accettato di continuare anche quest’anno a ridurre la produzione, per ridare stabilità a un barile che soltanto in agosto era ancora sotto i 50 dollari.

Tagli di 300mila barili al giorno, la “quota” russa di un accordo partito nel gennaio 2017 che a dire la verità Mosca ha accettato di prorogare a denti stretti. Consapevole da una parte del malumore delle proprie compagnie produttrici, ansiose di riaprire i rubinetti e avviare i progetti upstream su cui hanno investito. Dall’altra parte, preoccupata di veder salire troppo i prezzi, malgrado questo sembri un paradosso: per il primo esportatore di greggio e derivati al mondo, un rialzo del barile di dieci dollari si traduce in un guadagno mensile di 3,3 miliardi di dollari in più. Eppure, per gli interessi della Russia, la fascia ideale è un barile in equilibrio tra i 50 e i 55 dollari. Non più basso, non (troppo) più alto: stabile.

La prima ragione sta nel delicato equilibrio tra il prezzo del petrolio e il rublo, che dopo la crisi del 2014 ha trovato una sua stabilità. Comunque il governo russo lo preferisce debole, per rendere più competitiva l’economia, aiutare le imprese esportatrici e smorzare la domanda di beni di consumo importati dai Paesi occidentali. Quando il rublo è debole, inoltre, i produttori russi aiutano i conti del governo perché convertono in moneta locale i loro guadagni in dollari. E anche se i surplus di bilancio del decennio scorso sono un ricordo lontano, con una stima del petrolio a 50 dollari il barile il budget federale dovrebbe riuscire a sostenersi senza dover raccogliere finanziamenti all’estero. Per tenere il rublo sotto controllo, e sganciarlo dall’andamento del petrolio, il governo ha messo a punto una “regola fiscale”, meccanismo in base al quale il ministero delle Finanze acquista valuta straniera vendendo rubli quando la varietà Ural - il greggio russo - supera i 40 dollari al barile. C’è il timore di non riuscire più a far funzionare il meccanismo, se i rialzi del petrolio dovessero farsi troppo accentuati.

Una seconda ragione che spiega la diffidenza russa verso rialzi troppo accentuati riguarda l’impatto favorevole che questi hanno sui grandi rivali: i produttori statunitensi e canadesi e il loro shale oil, incoraggiati a investire di più e quindi ad alimentare il rischio di arrivare a un eccesso di offerta, di nuovo non sostenibile nel tempo. Il malumore delle compagnie russe verso i tagli concordati con l’Opec - a cui gli Usa non partecipano - ha anche a che vedere con il sospetto che al loro sacrificio corrisponda un vantaggio regalato alla concorrenza americana. Il primo posto nella classifica dei produttori e degli esportatori è un numero che conta.

Se il caropetrolio aiuta l’industria del settore a investire, nello stesso tempo - visto dall’ottica dei consumatori - incoraggia la ricerca e i progetti nelle energie alternative: un altro mondo che Sechin e i suoi colleghi non vedono di buon occhio.

Infine, una motivazione più “nobile” guarda alla necessità dell’economia russa di modernizzarsi, e ridurre la propria dipendenza dall’energia. I bilanci garantiti dal petrolio hanno sempre scoraggiato lo sforzo, spingendo Elvira Nabiullina, presidente della Banca centrale, a osservare una volta che neppure un barile a 100 dollari «potrebbe aiutare la Russia a crescere più dell’1,5/2%, senza riforme strutturali e un miglioramento del clima degli investimenti». Ora, nell’era delle sanzioni, la diversificazione è stata avviata forzatamente, e molto lentamente - a partire dall’agricoltura - cresce il contributo degli altri settori economici al budget. Petrolio permettendo.

È anche per questo che gli accordi Opec-non Opec che stanno sostenendo i rialzi non avranno vita lunga: per usare un termine in voga i produttori già ipotizzano un tapering, una graduale riduzione dei tagli alla produzione sui quali la Russia ha insistito, negli accordi di Vienna a dicembre, per una revisione a metà anno.

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