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Iran, un mercato in espansione che gli Stati Uniti rischiano di perdere

La concorrenza di Ue, Cina e Russia

Iran, un mercato in espansione che gli Stati Uniti rischiano di perdere

Le posizioni sono agli antipodi, apparentemente inconciliabili. Da un lato c'è il presidente americano Donald Trump, sempre più determinato ad isolare l'Iran. Se solo potesse, stralcerebbe subito l'accordo sul dossier nucleare iraniano firmato nell'estate del 2015 sotto la supervisione dell'allora presidente Barack Obama e di altri cinque Paesi. Ma non può farlo, non subito. Sul fronte opposto c'è l'Unione Europea, decisa invece a difendere strenuamente quell'accordo. Non solo in nome della stabilità del Medio Oriente che ne dovrebbe conseguire (l'accordo punta a scongiurare che il Paese possa dotarsi di un arsenale atomico), ma anche perché attratta da un mercato potenzialmente ricchissimo in cui i Paesi europei potrebbero irrompere con contratti miliardari. Un business – sostengono i più ottimisti – da 400-500 miliardi di dollari.

La rimozione di molte sanzioni internazionali contro l'Iran, incluso l'embargo petrolifero europeo scattato il 1° luglio 2012, si è tradotta in un volano per l'economia iraniana, uscita dalla recessione e con un Pil che anche nel 2018 e nel 2019 dovrebbe crescere più del 4 per cento. Per centrare i suoi obiettivi (tra cui la riduzione della disoccupazione e la diversificazione dell'economia) la Repubblica islamica necessiterebbe di una crescita vicina all'8 per cento. Questo difficile traguardo potrebbe essere raggiunto solo se arriveranno gli attesi investimenti stranieri diretti a potenziare ed ammodernare l'industria petrolifera nazionale. D'altronde la dote energetica iraniana è di tutto rispetto; possiede le quinte riserve mondiali di greggio e le seconde al mondo, ancora quasi tutte da sfruttare, di gas naturale.

Proprio in virtù della ripresa a pieno regime della sua produzione petrolifera, avvenuta a cavallo del 2016 e del 2017, Teheran intende spendere generosamente per rimettere in moto la sua economia e riammodernare un Paese rimasto troppo indietro rispetto ai suoi concorrenti. Al contempo si garantirebbe degli “alleati” in funzione anti-americana. I settori che promettono una crescita sostenuta sono davvero tanti, a partire dalle infrastrutture. Ma solo per fare un esempio, nel 2016 il mercato delle costruzioni in Iran ha raggiunto un volume di oltre 154 miliardi di dollari, con un vero e proprio boom nell'edilizia residenziale in un Paese dove abitano 80 milioni di persone, di cui più della metà sotto i 30 anni.
Già a inizio del 2016 era opinione condivisa che le prospettive di business fossero molte. Ma tutti sapevano altrettanto bene che occorreva arrivare in fretta. E prima degli altri.

Risale a quell'anno l'accordo preliminare – una lettera di intenti – firmata da l Governo iraniano con Airbus per una maxi commessa: 118 aerei passeggeri (tra cui dodici A380 SuperJumbo) per un valore di 25 miliardi di dollari.
I francesi sono stati più rapidi degli altri. Poco dopo la rimozione delle sanzioni il gruppo Psa Peugeot Citroen aveva annunciato il suo ritorno nel Paese, dopo quattro anni di assenza. Con obiettivi ambiziosi; puntare a produrre fino a 200mila veicoli all'anno in Iran, a partire da metà del 2017, in joint venture con il partner locale Khodro, numero uno nel Paese nel settore automotive, che pianifica in cinque anni un investimento fino a 400 milioni di euro negli stabilimenti. Renault, rimasta nel Paese anche durante la crisi sul nucleare, aveva subito annunciato di voler intensificare le attività con nuovi lanci di modelli.
La grande svolta è arrivata il 3 luglio del 2017, quando la francese Total è divenuta la prima grande major occidentale a firmare un progetto energetico (4,8 miliardi di dollari) da quando sono state rimosse le sanzioni. Si tratta dello sfruttamento della fase 11 del giacimento di gas di South Pars, il più grande al mondo. Total sarà l'operatore di un consorzio (con una quota del 50,11%) in cui figura la cinese Cnpc con una quota del 30 per cento.

Già ai ferri corti su altri dossier internazionali, come l'Ucraina, Stati Uniti ed Europa rischiano ora di accentuare la crisi diplomatica in corso su delicati dossier internazionali che richiederebbero invece un'azione congiunta.
Trump ha sempre visto l'accordo sul nucleare iraniano come il fumo negli occhi. La strada che vuole percorrere è anche quella dell'isolamento economico. Un nuovo round di sanzioni non è dunque da escludere, tutt'altro.
Chi volesse avventurarsi nel mercato iraniano rischierebbe così di incorrere nelle sanzioni americane. Ecco perché molte aziende sono ancora timorose di avventurarsi in Iran, Si troverebbero davanti ad un dilemma. Cosa scegliere? Il promettente mercato iraniano, oppure tenersi alla larga mantenendo il grandissimo mercato americano?
È un dilemma ancora da sciogliere perché la situazione è ancora fluida ed incerta, ma sufficiente a dettare prudenza.

Chi rischia più degli altri di essere escluso dal mercato iraniano sono invece le aziende americane, già in ritardo rispetto ai concorrenti. E qui viene il problema. Trump ha sempre fatto degli accordi economici favorevoli agli Stati Uniti il suo cavallo di battaglia. Già dai tempi della campagna elettorale “America First” era il suo slogan più ricorrente. Ora la sua ostilità verso la Repubblica islamica rischia di vanificare un mega contratto con il colosso Boeing: la vendita di 110 aerei passeggeri a due compagnie aeree iraniane. Un accordo, per quanto preliminare (raggiunto durante gli ultimi mesi del mandato di Obama) capace di creare fino a 100mila posti di lavoro. Se andasse in porto rappresenterebbe il 10% della produzione annuale di Boeing.
Trump sembra intenzionato ad annullarlo. Ma per farlo occorre il via libera del Dipartimento di Stato. Alla fine è stato semplicemente rinviato. Ma le compagnie di aviazione iraniane si stanno guardando intorno. E i nuovi concorrenti, i produttori aerei cinesi e russi, sono sempre più agguerriti.

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