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Trump un anno dopo: clan in declino ma Casa Bianca in ascesa

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VERSO DAVOS

Trump un anno dopo: clan in declino ma Casa Bianca in ascesa

28 gennaio 2017, Casa Bianca: Trump e il suo ex team. Tutti licenziati tranne naturalmente  il vice Pence
28 gennaio 2017, Casa Bianca: Trump e il suo ex team. Tutti licenziati tranne naturalmente il vice Pence

Nelle stesse ore in cui Steve Bannon si dimette da presidente esecutivo di Breitbart, sito ultraconservatore riferimento della destra estrema e tendenzialmente trumpista, la Casa Bianca annuncia che il presidente Trump parteciperà a Davos, la riunione annuale dell’élite politico finanziaria mondiale fra le montagne della Svizzera. La concomitanza è probabilmente una coincidenza ma rende bene l’idea dell’evoluzione della 45esima presidenza americana a quasi un anno dall’insediamento (20 gennaio 2017).

D’ora in poi bisognerà distinguere fra ruolo e uomo perché in questi primi dodici mesi qualcosa è cambiato. Trump è sempre Trump e difficilmente cambierà, confermano i suoi tweet in cui parla della grandezza del suo bottone nucleare rispetto a quello di Kim Jong Un o rivendica la sua genialità nonché tenuta mentale a dispetto del libro tra gossip e inchiesta «Fire e Fury: Inside the Trump White House» di Michael Wolff. Ma Trump non ha più il team Trump, la squadra che ha contribuito alla sua vittoria e piattaforma politica. Non ha più Flynn e Manafort, uomini coinvolti nel Russiagate (alla fine se non lo toccherà, questa indagine sulle intromissioni russe nel voto gli farà solo un favore) e non ha più accanto il suo ex caro amico ora nemico Bannon che ha detto tutto il male possibile del presidente e della sua famiglia a Wolff.

Fra i due il rapporto appare compromesso. Tra lo stratega che filtrava coi suprematisti, chief strategist alla Casa Bianca per sette mesi (ad agosto è stato cacciato) e il 45esimo presidente rimane solo lo slogan «America First». Che in realtà vuole dire tutto e niente e la cui evoluzione spiega bene Trump fase due.

Nella versione originale del 1940 America First era una composita élite contraria al coinvolgimento degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale di cui fecero parte il futuro presidente Ford ma anche esponenti antisemiti e filonazisti. Nella versione 2016 Bannon stratega del candidato The Donald manteneva la spinta isolazionista e giocava con l’ambiguità razzista e di una supremazia dei bianchi.

Nel 2018 il presidente Trump, ormai affrancato dal suo Rasputin coi bermuda da Big Lebowsky, presenterà ai leader del mondo riuniti a Davos «la sua agenda America First», ha annunciato la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders: «Al World Economic Forum di quest’anno il presidente non vede l’ora di promuovere le sue politche per rafforzare le imprese americane, le industrie americane, i lavoratori americani». Dell’isolazionismo in politica estera non v’è più traccia, c’è invece una coerenza con quanto promesso dal palco dell’Inauguration Day un anno fa «Buy American, Hire American» che poi è diventato un executive order firmato ad aprile.

In sostanza Trump - diciotto anni dopo l’ultimo presidente a Davos, Clinton nel 2000 - andrà nel tempio di banchieri, investitori, professori, politici, capi di multinazionali che danno la globalizzazione per scontata e portare il suo verbo protezionista «in nome delle donne e degli uomini dimenticati». Andrà a vendere il marchio America e pare abbia deciso all’improvviso, fino a lunedì nessuno ne sapeva niente. Molti dei suoi influenti collaboratori si sono sorpresi proprio perché il Wef è tutto quello che il Trump e trumpisti della prima ora hanno sempre esecrato, in particolare Bannon che nel 2014 in Vaticano diceva «i lavoratori sono stanchi di essere tiranneggiati da quello che chiamiamo partito di Davos». La presenza del presidente americano in Svizzera sorprende però meno se si ricorda che l’anno scorso l’ospite d’onore fu il presidente cinese Xi Jingping che usò il Wef per difendere la globalizzazione e il libero commercio (?) dalle spinte protezioniste americane. Un anno dopo il 45esimo presidente americano ha deciso di rispondere.

L’amministrazione Trump cambia quindi a dispetto di Trump. I figli sono più distanti dalla Casa Bianca, il tweet di Ivanka a favore del discorso di Oprah Winfrey ipotetica avversaria del padre nel 2020 non cambia niente e non scuote nessuno in realtà. La figlia prediletta che ha sempre detestato Bannon è anche lei ridimensionata rispetto agli inizi in cui sembrava la vera First Lady incaricata di incontrare i capi di Stato, il suo ruolo è poco più che ornamentale e neanche suo marito, Jared Kushner se la passa granché. Non solo perché assieme all’altro figlio Trump jr, Kushner deve dare risposte sul Russiagate e dei suoi conti correnti alla Deutsche Bank (cosa che ha in comune con l’ex manager della campagna Manafort sui cui pendono 12 capi d’accusa fra cui riciclaggio e cospirazione contro gli Stati Uniti) ma anche perché non sembra che sarà lui il vero stratega del nuovo corso di Trump nel Medio Oriente.

Un mese fa quando è scoppiata la bomba «Gerusalemme capitale di Israele» il genero del presidente incaricato di trovare soluzioni in questa parte di mondo, andava in giro per convegni a Washington a sostenere che la soluzione del conflitto israelo-palestinese era la precondizione per i progressi in altre parti del Medio Oriente, «bugia a cui non crede più nessuno» gli ha contestato un esperto di polica estera come Max Boot, «stessa deludente impostazione che i repubblicani rinfacciavano ad Obama», ennesima prova che il giovane Kushner di politica estera non sa nulla. In quelle settimane è stata l’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, trumpiana per necessità, ad affrontare la stampa e l’ostilità di ambasciatori e cancellerie.

In un anno il team Trump si è svuotato ma non funziona neanche l’anti-trumpismo militante. Lo riconosce un anti-Trump come David Brooks che sul New York Times accusa i suoi simili di insularità oltre che di essersi abbondantemente abbassati al livello che disprezzano. La cosa più interessante di questo mea culpa però è riconoscere che vi sono ora due Case Bianche. La «Casa Bianca Potemkin» centrata su Trump che impazzisce davanti alla tv, gli avvocati impegnati a lavorare sul Russiagate e a parlare con la stampa. E «la Casa Bianca Invisibile di cui non si sente mai parlare ma che sta gestendo in modo sempre più efficiente il capo distratto».

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