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Braccio di ferro Fi-Pd sul Jobs act

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Braccio di ferro Fi-Pd sul Jobs act

  • –Claudio Tucci

ROMA

Gli ultimi dati pubblicati dall’Istat martedì su occupazione giovanile (a novembre il tasso di senza lavoro degli under25 è sceso al 32,7%, restiamo comunque terzultimi in Europa, davanti solo a Spagna e Grecia) e la crescita ininterrotta, da alcuni mesi, dei contratti a termine (e meno dei rapporti stabili) riaccende lo scontro tra Forza Italia e Pd sul Jobs act. A lanciare ieri una stoccata alla riforma del mercato del lavoro, varata nel 2014 dal governo Renzi, e completata con otto decreti delegati successivi, è stato Silvio Berlusconi. «Il provvedimento sta esaurendo i suoi effetti - ha detto in mattinata l’ex premier –. È sostanzialmente fallito perché non ha indotto le imprese a creare occupazione a tempo indeterminato»; poi, in serata, ha corretto il tiro: «Non ho detto di voler smantellare la riforma del 2014».

Il Jobs act e il parziale superamento dell’articolo 18 «hanno dato una spinta alla ripartenza del Paese, l’hanno sbloccato – ha replicato Matteo Renzi –. La destra ora vuole fare marcia indietro? Sarà contento il Nord-Est, il mondo produttivo, vorrei vedere che ne pensano gli imprenditori di tornare al mondo del lavoro del passato». Il Pd sta lavorando a una proposta complessiva sul lavoro da circa 1-1,5 miliardi, incluso il salario minimo.

A difendere la riforma del 2014 è anche il ministro, Giuliano Poletti: «Il Jobs act è un provvedimento molto ampio, che riguarda le tutele crescenti, gli ammortizzatori, le politiche attive. Cancellarlo sarebbe un grave errore». Il candidato premier M5S, Luigi Di Maio, rilancia invece sul fronte pensioni, coniando la formula «quota41», per far uscire dal lavoro dopo 41 anni di contributi, appunto, senza che ci sia un legame tra tempo di lavoro e età pensionabile.

Ma fuori dal dibattito elettorale, che effetti sta producendo in Italia la riforma del mercato del lavoro del 2014? Intanto, è bene ricordare i giudizi delle principali istituzioni nazionali e internazionali, Bce, Fondo monetario internazionale, commissione Europea, Bankitalia, Ocse, all’indomani del varo del Jobs act: si è sottolineato, all’unisono, il passo avanti del nostro Paese su normative considerate fino ad allora troppo rigide e di freno a investimenti esteri e sviluppo. Anche Emmanuel Macron, in Francia, nella sua riforma del lavoro, sta prendendo spunto dal Jobs act; e la Germania, patria del sistema di formazione duale, sta studiando il sistema italiano di alternanza scuola-lavoro e l’apprendistato “formativo”.

Ci sono poi i numeri: da marzo 2014, presentazione del decreto Poletti che ha liberalizzato i contratti a termine per tutti e 36 i mesi di durata massima, a novembre 2017, ultimo dato ufficiale dell’Istat, l’occupazione è cresciuta di 939mila unità, di cui 481mila sono rapporti permanenti (qui a pesare, oltre alle regole, è stata la forte decontribuzione, 8.060 euro l’anno per tre anni, nel 2015, scesa poi al 40% nel 2016, ed esauritasi lo scorso anno). Il tasso di disoccupazione giovanile è passato, nel medesimo arco temporale, dal 43,6% al 32,7%; mentre gli autonomi sono crollati di 201mila unità (molte false partite Iva sono state assorbite nei contratti temporanei).

Il punto è che la fine degli incentivi ai rapporti stabili, il clima d’incertezza e una ripresa che sta decollando, influenzano, da vicino, il mercato del lavoro. A ciò si aggiunga che la seconda gamba del Jobs act, vale a dire le politiche attive, non sta ancora marciando. A gennaio il costo del lavoro è tornato a salire; la produttività è da tempo in terreno negativo (nel 2016, meno 1 %); e la forte riduzione della cassa integrazione, nel 2017, è legata a prime ripartenze, ma anche all’aggravio di costi e alla riduzione delle durate massime.

In questo quadro, come ripete da mesi il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, «non sono auspicabili passi indietro su riforme, come il Jobs act, che stanno dimostrando di dare slancio al Paese. Semmai, sarebbe il caso di potenziarle ».

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