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Da Moneygram ai T-Bond: la «guerra fredda» Usa-Cina…

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duello nel pacifico

Da Moneygram ai T-Bond: la «guerra fredda» Usa-Cina sempre più calda

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Non sappiamo se a Pechino conoscono il John Belushi di “Animal House”, ma quello che mercoledì è andato in scena sui mercati - facendo colare a picco i prezzi dei titoli di Stato statunitensi e mandando i tassi del decennale ai massimi da marzo, oltre a indebolire il dollaro - gli somiglia molto. È bastata una velina di stampa passata a Bloomberg da «fonti vicine ad ambienti governativi cinesi» per rovinare la giornata al debito pubblico statunitense, già debilitato dalla riforma fiscale di Trump. Stando alle indiscrezioni, Pechino avrebbe raccomandato alla Banca Popolare Cinese di diminuire gli acquisti di titoli di Stato Usa perché «meno attrattivi» come valutazioni.

La notizia è stata poi ufficialmente smentita, ma è difficile non scorgere in filigrana una risposta a tono di Pechino alle mille provocazioni di Trump. Forse un avvertimento. «Al mercato non sono sfuggite le implicazioni geopolitiche suggerite dalle indiscrezioni: si potrebbe trattare di una minaccia velata dei cinesi in risposta alle minacce di protezionismo di Trump - riflette Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia - : essendo la Cina il primo detentore estero di titoli del Tesoro statunitensi, un’eventuale diversificazione attenuerebbe, secondo l’interpretazione del mercato, una delle principali fonti di domanda estera della carta Usa. L’effetto sui tassi è stato coerente, ma ancora più evidente è stato il corollario sul mercato dei cambi: minori acquisti di Treasury vogliono dire minor domanda di dollari per pagarli».

Vale la pena di ricordare che dalla Casa Bianca i “siluri” contro la Cina non sono arrivati soltanto sotto forma di innocui tweet. Qualche settimana fa, Washington ha bloccato l’acquisizione di Moneygram da parte di Alibaba, dando l’ennesimo schiaffo a Pechino e a un Jack Ma che da tempo contava sulla maxioperazione da 1,2 miliardi di dollari. E in settembre Trump aveva bloccato l’acquisizione della società statunitense di semiconduttori Lattice da parte di Canyon Bridge Capital Partners, gruppo privato controllato dal fondo d’investimento statale cinese: secondo la Casa Bianca l’operazione, dal valore di 1,3 miliardi di dollari, avrebbe costituito una minaccia per la sicurezza nazionale. Nel dicembre 2016 anche Obama aveva stoppato l’acquisizione del produttore di semiconduttori Aixtron da parte di investitori cinesi.

Washington non ha tutti i torti a frenare gli appetiti orientali, perché è un fatto che una discreta fetta degli Stati Uniti sia già stata invasa dai cinesi, economicamente parlando. Secondo Axios, aziende e investitori dell’ex Celeste Impero controllano già la maggioranza dei pacchetti azionari di ben 2400 imprese americane, per un valore complessivo di 56 miliardi di dollari, con 114mila dipendenti (quanto Google, Facebook e Tesla messe assieme).

A Washington d’altro canto tutti hanno ben presente che Pechino possiede 1,24 trilioni di dollari di titoli di Stato Usa, pari al 10% della parte di Treasuries sul mercato. I cinesi peraltro avrebbero le loro ragioni nel cercare di alleggerire il “peso” dei T-Bond: come nota Charles Wyplosz, docente di economia internazionale al Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra, «per anni Pechino è stato infastidita dal fatto di avere così pesantemente investito in titoli di Stato Usa: probabilmente è solo questione di tempo e i cinesi inizieranno davvero a diversificare».

Il problema è “quando” avverrà la sindrome cinese sui bond Usa: quello attuale probabilmente è uno dei momenti meno indicati, con il processo di rialzo dei tassi Fed e l’aumento del debito pubblico provocato dalla riforma fiscale di Trump. Comunque vada, buona parte degli analisti pensano che nel 2018 assisteremo a un’escalation della “guerra fredda” commerciale tra le due sponde del Pacifico. Sperando di non vedere una nuova Pearl Harbour.

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