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I benefici veri (e presunti) per le banche

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I benefici veri (e presunti) per le banche

  • –Maximilian Cellino

Che le banche non amino i tassi di interesse bassi, se non addirittura negativi, è risaputo. Basta chiederlo agli istituti di credito (e ai politici) tedeschi, che non perdono occasione per criticare Mario Draghi e le politiche monetarie della Banca centrale europea, a parer loro eccessivamente espansive. Oppure semplicemente evidenziare il crollo subito nell’ultimo decennio dal margine di interesse delle società attive nel settore finanziario europeo, e in quelle italiane in particolare.

Un aumento (o la sola prospettiva di un graduale ritorno alla normalizzazione) di quegli stessi tassi dovrebbe quindi a rigor di logica rappresentare un’ottima notizia per le banche. In effetti da inizio anno, cioè da quando il mercato obbligazionario ha accentuato quei segnali di inversione che già si erano palesati nella parte finale del 2017, i titoli del settore stanno facendo da traino alla Borsa, sovraperfomando il resto del listino. A livello europeo i finanziari hanno per esempio guadagnato oltre il doppio (+4,85% contro il +2,33% dello Stoxx600), mentre a Piazza Affari il bilancio è di +7,82% per il Ftse Italia Banks a fronte del +5,7% registrato dall’indice generale.

La realtà però non è mai così semplice come si crede, e non soltanto perché il net interest income, cioè quella fetta di ricavi che deriva dal differenziale fra i tassi praticati alla clientela e quelli necessari al finanziamento, è soltanto una delle determinanti del conto economico e quindi del successo di una banca (qualcuno aggiungerebbe «per fortuna»). C’è infatti anche chi mette in dubbio, o quantomeno tende a ridimensionare, la semplice equazione «tassi più elevati=maggiore margine da interesse», che ha certamente funzionato per le banche Usa negli ultimi anni, ma che non può con altrettanta sicurezza essere trasferita al di qua dell’Atlantico.

Il primo rilievo è perfino banale: «Simili speranze si basano su eventi di mercato che ancora non si sono manifestati», notano gli analisti di Ubs all’interno di una ricerca approfondita sul settore bancario europeo appena pubblicata, puntando in particolare il dito sul fatto che, con l’eccezione (pur significativa) della Federal Reserve, tutte le Banche centrali sono ancora impegnate nell’espansione dei propri bilanci. La liquidità iniettata in dosi massicce sui mercati, che ha contribuito a comprimere i tassi, non svanirà quindi di colpo, di certo non a breve termine: prova ne sia che nonostante i movimenti di queste ultime settimane le stesse curve dei tassi europei si mantengono vicine ai livelli di 12 mesi fa.

Certo, gli investitori presenti sui mercati si muovono soprattutto sulle attese e queste ultime (basta guardare i future sull’Euribor) hanno evidenziato negli ultimi giorni segnali di cambiamento. Tutto sta nel capire se e quanto si sia ecceduto nell’ottimismo e su questo punto Ubs mostra idee chiare: le aspettative medie sulla crescita del margine di interesse delle banche europee non sono del tutto giustificate. Il consensus di mercato indica per il 2018 un incremento piuttosto sostenuto in particolare per le maggiori banche spagnole (+7%), per le italiane (+6,2%) e per le tedesche (5,5%) che appare appunto eccessivo.

«La questione chiave resta tutta in quanto del beneficio ottenibile con tassi più elevati possa essere trasferito agli azionisti e quanto invece resterà all’interno del settore nel momento in cui le banche cercheranno di coprire costi di base incomprimibili provando di guadagnare quote di mercato», spiegano da Ubs, aggiungendo che «sfortunatamente i mercati in cui l’impatto di tassi più elevati è potenzialmente maggiore sono anche quelli dove la crescita del credito è più debole e la concorrenza sui prezzi più agguerrita». Non tutti i vantaggi potenziali del nuovo scenario sui mercati obbligazionari potranno dunque essere trasferiti al conto economico: una notizia che potrebbe forse deludere gli azionisti, un po’ meno i clienti delle banche.

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