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Il prezzo da pagare alle riforme

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Medio Oriente

Il prezzo da pagare alle riforme

  • –Roberto Bongiorni

Se c’era un Paese assunto a modello dal mondo occidentale come un esperimento riuscito, questo era proprio la piccola Tunisia. Il solo Stato travolto dalle primavere arabe ad aver realizzato una credibile transizione democratica si era meritato nel 2014 la menzione di “Paese dell’anno” dall’Economist. Un laboratorio che doveva ispirare altri Paesi usciti da brutali dittature.

Ed ecco che, come allora, le fiamme delle proteste sono nuovamente divampate in tutta la Tunisia. Ma per un popolo che si è liberato da una dittatura durata 21 anni il cammino verso la democrazia diviene un percorso tortuoso, a volte insidioso, che richiede pazienza e profonde trasformazioni sociali. E a volte le riforme strutturali, impopolari perché colpiscono le fasce più deboli, appaiono come un passaggio obbligato, per quanto dolorose esse siano, per raggiungere l’obiettivo di un’economia sostenibile.

Le autorità tunisine hanno compiuto passi in avanti. Ma è pur vero che i vari governi di coalizione che si sono succeduti nel tempo, un esempio che faceva ben sperare considerando le trasparenti elezioni, hanno fatto davvero poco per rilanciare l’economia.

I nodi sono venuti al pettine. Per cercare di portare avanti le riforme strutturali richieste dal Fondo monetario internazionale, il governo tunisino ha approvato una legge finanziaria, entrata in vigore in questi giorni, che prevede tagli dei sussidi energetici con conseguenti aumenti di prezzo per il carburante. Una serie di rincari ha investito anche i beni di prima necessità, come il pane, ma anche le assicurazioni, i servizi in generale, e ha coinvolto anche l’Iva con una nuova maggiorazione dell’1 per cento. Manovre che hanno contribuito a far esplodere la rabbia dei giovani, giù esasperati per la marginalizzazione e la disoccupazione.

Il giovane premier tunisino Youssef Chaled non si era fatto illusioni. Gli attuali disordini sono il prezzo da pagare alle riforme chieste dall’Fmi, che meno di un mese fa aveva ribadito come la Tunisia si fosse impegnata ad «un’azione decisiva» per riformare la sua economia. Un passo necessario per sbloccare la seconda tranche del prestito, approvato nel 2016 e distribuito nell’arco di quattro anni per un valore complessivo di 2,8 miliardi di dollari.

Proprio le mancate riforme del governo, tra cui l’eliminazione di 20mila impiegati pubblici e la riforma del sistema pensionistico (il cui deficit in due anni è aumentato del 65% a 440 milioni di dollari), avevano congelato il prestito. Il governo confidava per il 2017 in un irrealistico aumento del Pil superiore al 4 per cento. In realtà se sarà raggiunto il 2% sarà già tanto. L’innalzamento dell’età pensionabile da 60 a 62 anni, già varato, ha avuto un impatto irrisorio. L’inflazione, sopra il 6%, e la svalutazione del dinaro tunisino, hanno fatto il resto. È un percorso doloroso ma obbligato. L’Europa non può però assistere senza far nulla a una pericolosa deriva in Tunisia. Significherebbe abbandonare a sé stesso il Paese arabo più “laico” e democratico del Nord Africa. Il male peggiore sarebbe un vuoto di potere. Un habitat congeniale per l’estremismo islamico e per la ripresa incontrollata dei flussi migratori.

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