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Macron pigliatutto in politica estera

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Macron pigliatutto in politica estera

  • –Attilio Geroni

Il Macron World Tour è impressionante. L’itinerario internazionale del presidente della Repubblica francese non è il semplice riempimento di spazi geopolitici lasciati vuoti o trascurati da Germania, Regno Unito o Stati Uniti per ragioni diverse ma dalle tempistiche coincidenti. È il cammino diplomatico del capo di Stato di un Paese che in pochi mesi ha riscoperto stabilità politica, spinta riformista e visione tattica, se non propriamente strategica.

Gli Esteri del resto, assieme alla Difesa, sono il cosiddetto “dominio riservato” dell’Eliseo, temi che vengono trattati direttamente dal presidente e che in Francia vanno di pari passo: lo dimostra l’ascesa di Parigi come secondo esportatore di armi al mondo nel 2016, un’eredità di Hollande che sicuramente sarà mantenuta, e dove l’area mediorientale resta uno dei clienti principali.

L’iperattivismo della Francia dà spesso fastidio ai partner europei, Italia compresa, ma nel caso di Macron è la logica conseguenza degli impegni sottoscritti in campagna elettorale, sicuramente sul fronte europeo. Quando va in Cina, in fondo, propone un modello di globalizzazione controllata, basata sul concetto di reciprocità: l’apertura dei mercati non deve avvenire a discapito delle imprese francesi e dei loro dipendenti, i trasferimenti di tecnologia vanno monitorati. Pechino, ne conviene, non può essere considerata un’economia di mercato. Un atteggiamento simile si riscontra con i Paesi dell’Est Europa, che pure fanno parte dell’Unione, accusati di praticare dumping sociale con il tema scottante dei lavoratori distaccati.

Macron sa che nonostante la clamorosa vittoria alle presidenziali deve ancora riconciliarsi con quella parte del Paese che gli è distante: che non ha votato per lui alle presidenziali e alle legislative o che non ha votato affatto. Parliamo della maggioranza dei francesi. E parliamo anche di quegli elettori che altrove in Europa continuano ad alimentare le forze populiste. Nessuno gli ha affidato l’incarico di portavoce dell’Unione, ma in questo momento è lui, meglio di altri, a proporre un modello di integrazione vagamente sostenibile. Un rafforzamento dell’Unione monetaria attraverso la creazione di un ministro delle Finanze unico, di un budget ad hoc, ma anche di un meccanismo capace di assorbire gli shock sul fronte occupazionale. Il mantra del deficit al 3% del Pil è un mantra in cui probabilmente non crede nemmeno lui, ma è il prezzo che ha deciso di pagare per essere credibile agli occhi della Germania e convincerla a condividere almeno in parte la sua visione integrazionista, di condivisione dei rischi oltre che delle responsabilità.

Ci preoccupa forse il rafforzamento dell’asse franco-tedesco, quello che secondo Di Maio si sarebbe invece indebolito. Ma le posizioni del presidente francese, al netto del patriottismo economico che non ha certo inventato lui e con il quale dobbiamo imparare a convivere contrastandolo con altrettanta progettualità a lungimiranza, sono molto più vicine di quel che sembra all’Italia.

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