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Tornano le proteste in Tunisia

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Medio Oriente

Tornano le proteste in Tunisia

Cassonetti e auto della polizia dati alle fiamme. Caserme attaccate, negozi saccheggiati. Gas lacrimogeni e sassaiole. In Tunisia il tempo sembra essere tornato indietro di sette anni. Era il 17 dicembre 2010, quando a Sidi Bouzid il 26enne Mohamed Bouazizi, un venditore ambulante esasperato per le vessazioni delle forze dell’ordine, si diede fuoco per protesta. La gente si riversò in strada a dimostrare. La proteste dilagarono in tutto il Paese e in meno di un mese il presidente-dittatore Zine Ben Ali, al potere da 21 anni, fu costretto alla fuga. La rivolta dei Gelsomini aveva trionfato, ispirando altre popolazioni a rivoltarsi contro i dittatori.

Come allora, le fiamme delle proteste, scoppiate tre giorni fa nella cittadina di Tebourba, 40 chilometri a Sud di Tunisi, sono presto divampate in tutto il Paese. Da Beja a Testour, passando per Sfax, Meknassi, Sidi Bouzid, Ben Arous, Kebili, Nefza, dove è stata data alle fiamme la caserma di polizia e saccheggiato il deposito comunale, fino ai sobborghi della capitale Tunisi. Incidenti anche nella città costiera di Sousse, nota per l’attacco terroristico su una spiaggia (giugno 2015 ) che costò la vita a 38 persone (in gran parte turisti stranieri). Nella notte di martedì è stata la volta della sinagoga della città di Djerba, colpita da bombe incendiarie, ma salvata dall’intervento delle forze dell’ordine.

Negli scontri con la polizia lunedì un uomo di 55 anni aveva perso la vita a Tebourba. Investito da un mezzo dell’esercito, hanno accusato i manifestanti. Deceduto per una crisi respiratoria, forse dovuta all’inalazione del gas lacrimogeno, hanno ribattuto le autorità locali. I feriti sono molti, oltre 200 gli arrestati, tra cui molti ragazzi.

Questa volta, però, non sono le oppressioni di un brutale dittatore ad aver innescato i disordini. Bensì una situazione economica ancora difficile, in cui le classi meno abbienti e le giovani generazioni continuano ad essere marginalizzate.

A far scoppiare il malcontento è stata l’entrata in vigore della nuova legge finanziaria per il 2018. Che prevede tagli dei sussidi energetici (una zavorra sui conti pubblici), con conseguenti aumenti di prezzo per il carburante in un Paese dove i mezzi pubblici funzionano male e a singhiozzo. Una serie di rincari ha investito anche le assicurazioni, i servizi in generale, i beni di prima necessità (come il pane) ed ha coinvolto anche l’Iva con una nuova maggiorazione dell’uno per cento. Una manovra impopolare, che ha contribuito a far esplodere la rabbia dei giovani, già esasperati per la marginalizzazione e la disoccupazione.

«La gente deve capire che si tratta di una situazione straordinaria e che il loro Paese sta avendo difficoltà, ma crediamo che il 2018 sarà l’ultimo anno faticoso per i tunisini», ha dichiarato il premier Youssef Chahed, che solo lo scorso settembre ha presentato la nuova squadra di Governo, frutto di un lungo periodo di negoziazioni tra le parti politiche. Ma l’opposizione incalza: «Resteremo nelle strade e aumenteremo il ritmo delle proteste finché l’ingiusta legge finanziaria non sarà stracciata» ha dichiarato il leader del Partito popolare tunisino Hamma Hammami.

I problemi economici hanno riacceso le rivalità – in verità solo apparentemente sopite - tra i diversi partiti politici che in questi giorni si rimpallano le responsabilità per i disordini. Diversi dirigenti del partito di maggioranza relativa Nidaa Tounes stanno chiedendo di rivedere l’alleanza di governo con il partito islamico di Ennahda. È questa, forse, la minaccia più grave. Che si sfaldi un governo di coalizione, indispensabile per mantenere unito un Paese ancora fragile.

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