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Brexit, aumentano le chance di un secondo referendum

nasce il partito degli opposti

Brexit, aumentano le chance di un secondo referendum

Nigel Farage  e Chuka Umunna
Nigel Farage e Chuka Umunna

Un secondo referendum su Brexit non è più una fantasia ma un’opzione politica a cui lavorano eurofobi ed euronostalgici. È uno dei tanti paradossi di un voto che ha poco di razionale ma questo «partito di nemici» prende forma. Non è solo per i sondaggi che a ottobre hanno registrato una ripresa degli europeisti nel Regno Unito (47% pentiti dell’addio contro 42% secondo YouGov) né solo i bookmaker Coral e Betfair che ora danno 5 a 1 un ritorno delle urne entro la fine del 2019, cioè entro la fine dei negoziati a dispetto della legge firmata dalla premier May che ha fissata l’ora X del divorzio (le 23 del 29 marzo 2019).

Quello che emerge adesso è la comune volontà di un partito degli opposti che va dal campione di Brexit, Nigel Farage, ex leader Ukip ora fuori dal parlamento e ai margini del dibattito politico, ai convinti europeisti, il liberaldemocratico Nick Clegg, i laburisti Andrew Adonis, presidente della Commissione Infrastrutture, il quarantenne volto del Labour Chuka Umunna, sullo sfondo Tony Blair.

Farage ha invece chiaro sullo sfondo Aaron Banks, uomo d’affari che ha finanziato la campagna del Leave, che ora si espone: «Se non agiamo in modo radicale adesso scivoleremo in una falsa Brexit di cui rimarrà solo il nome, i veri Brexiter sono all’angolo, hanno bisogno di una vera spinta popolare, e il Leave rivincerebbe a valanga». Oggi il Guardian ricostruisce questi movimenti che danno più chance a un secondo referendum.

A pensarci ora si poteva prevedere che una scelta così estrema come lasciare l’Unione europea non avrebbe retto alla lunga procedura tutta ostacoli e zero certezze che sta annacquando il sì/no che ha sconvolto Bruxelles. Ma solo la vitalità e la spietatezza (due cose che in politica si sfiorano a volte coincidono) della democrazia britannica potrebbero rendere possibile le condizioni di un ripensamento.

I più accaniti sostenitori di Brexit non si ritrovano in quello che la signora May ha finora portato a casa, termini di un accordo che assomigliano a una resa (conto molto più alto di quello che si diceva a Westminster) e comunque rendono irrilevanti gli strepiti di Farage che ora passeggia ignorato fra i corridoi dell’europarlamento, lontani i giorni post referendum quando era atteso in sala stampa a Strasburgo come una star.

Dalla parte opposta politici come Adonis e Umunna, europeisti come Clegg che in fondo non si sono mai arresi all’esito del voto del 23 giugno 2016 vedono una concreta possibilità di tornare indietro.

Umunna in particolare sarebbe il nome giusto per dare un volto a un Labour veramente europeista, ex ministro ombra per il Business, ex giovane deputato indicato come l’Obama inglese candidato alla guida del partito, corsa a cui ha rinunciato e forse a ragione perché il vecchio Jeremy Corbyn ha dimostrato più volte di avere in pugno la base di un partito che vuole più sinistra.

Questa la vitalità. La spietatezza è più visibile in casa Tory, basta un nome: Michael Gove. Il ministro dell’Ambiente di May che prima le ha conteso la guida del governo e poi le ha chiesto un ministero, falco e ideologo di Brexit, ha scritto una lettera al Telegraph il giorno dopo l’accordo finanziario (la fase uno), siglato a dicembre dalla premier britannica e il capo negoziatore Ue, Michel Barnier. Già prima di Natale Gove diceva la stessa cosa di Farage, si torni alle urne. Certo Gove non si spingerà mai a dire quello che oggi dice Farage il quale, nella migliore tradizione della comicità britannica, affida la sua speranza di vero addio «ai Blair, i Clegg, gli Adonis, che mai si arrenderanno» all’addio.

Oltre la vitalità e la spietatezza ci sono i soldi. Il partito degli opposti potrebbe essere aiutato dall’andamento dei negoziati da cui Londra per un verso o un altro risulta sempre perdente. Ora ad esempio si discute di prolungare il periodo di transizione oltre dicembre 2020 - cosa che serve soprattutto alle imprese del Regno - e i 27 Paesi Ue sono d’accordo sì ma solo se Londra paga di più di quanto finora pattuito. Più il divorzio è lento più sarà economicamente doloroso. Le urne sembrano la più facile via d’uscita.

Cosa andrebbero a votare i britannici? Il risultato dei negoziati nel frattempo conclusi dalla sempre precaria May - dicono sia Farage sia Adonis - cioè quell’accordo finale che dovrebbe invece essere votato solo dalle due camere dei Comuni e dei Lord. Se il parlamento boccia l’accordo le politiche anticipate sono scontate, cosa che forse non spiacerebbe a Gove uno di quelli che punta a defenestrare la premier e prenderne il posto.

A ben vedere però un’altra campagna elettorale quale che sia la forma - referendum sull’accordo finale o politiche - avrebbe come sostanza sempre Brexit o non Brexit, questo il problema.

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