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La doppia leva di manifattura e fisco rilancia l’industria Usa

l’analisi

La doppia leva di manifattura e fisco rilancia l’industria Usa

La manifattura e il fisco. La prima leva era già stata adoperata da Barack Obama. Che ha salvato l’automotive industry e che ha sviluppato – con tono suadente da intellettuale della Ivy League – una politica industriale basata sul back to manufacturing, non a caso teorizzato ad Harvard. La seconda leva, quella fiscale, è appannaggio esclusivo di Donald Trump. Che la sta usando in maniera secca e istantanea.

E lo sta facendo con la stessa rapidità, quasi violenta, rivolta all’industria americana, «convinta» – con le buone o con le cattive – a riportare a casa parti del ciclo manifatturiero massicciamente delocalizzato all’estero fin dagli anni Cinquanta e «persuasa» – sempre con modi spicci - a incrementare, al di là di ogni ipotesi di reshoring, gli investimenti infrastrutturali, tecnoindustriali e occupazionali negli Stati Uniti. Una tendenza accelerata dalla fine del dogma del Nafta, l’area di libero scambio fra Stati Uniti, Canada e Messico che ha rappresentato uno dei perni delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione canonizzata dal Washington Consensus e ora maltrattata con furia iconoclasta da Trump.

Nella lista delle imprese intenzionate a investire negli Stati Uniti si trovano sia l’America del Novecento sia l’America del Duemila: per esempio la gloriosa AT&T, che ha promesso un impegno da un miliardo di dollari in un anno, e la Apple, con l’ipotesi di tre nuovi impianti manifatturieri. E, naturalmente, c’è l’industria dell’auto, con la Fca che annuncia un miliardo di dollari in più sulla fabbrica di Warren in Michigan, e Toyota e Mazda pronte a impiegare 1,6 miliardi di dollari in un nuovo plant in Alabama.

La componente industriale si miscela a quella fiscale, con i benefici di quest’ultimo tipo che dalle imprese si trasmettono ai dipendenti: fra gli altri casi, ecco i mille dollari a testa di AT&T e dei grandi magazzini Walmart e i duemila dollari di Fca. E, poi, ci sono i 300 milioni di dollari a favore dei lavoratori disposti dalla Boeing, un altro caposaldo reale e simbolico dell’industria e della società americana. Lavoratori che, soprattutto nel Midwest deindustrializzato, hanno formato uno zoccolo duro dell’elettorato di Trump.

I piani, però, si sovrappongono. L’effetto Trump si innesta su una tendenza già innescatasi con Obama, le sue politiche industriali verdi e un salvataggio delle Big Three di Detroit unito ad un loro maggiore orientamento alle tecnologie a basso impatto ambientale. Naturalmente, Trump contraddice Obama. Il tema ambientale è negato, se non ridicolizzato. La reindustrializzazione americana è prospettata come un fenomeno in cui l’effetto serra non esiste. Sono due impostazioni differenti che hanno però lo stesso fine: contrastare la deindustrializzazione americana di lungo periodo. Che ha avuto una accelerazione con l’ultima fase della globalizzazione. Basti pensare che, secondo Roland Berger, dal 2000 ad oggi gli occupati del settore industriale sono scesi da 18,5 milioni a 13,4 milioni. E che le fabbriche americane sono state spremute come limoni: nello stesso arco di tempo sono aumentati i profitti (il rapporto fra Ebit e valore aggiunto è salito dal 20% al 30%), ma è diminuita la rotazione degli asset (il rapporto fra valore aggiunto e capitale investito è sceso da 1,1 a 0,8).

Un irrobustimento della manifattura è una ipotesi politica credibile? Di sicuro, è un obiettivo condiviso – seppur perseguito attraverso vie diverse – dal precedente e dall’attuale inquilino della Casa Bianca.

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