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Libia spaccata e leadership fragile: a Tripoli è ancora scontro tra…

undici morti, aeroporto bloccato

Libia spaccata e leadership fragile: a Tripoli è ancora scontro tra le milizie

Nessun volo da e per Tripoli. L’aeroporto di Mitiga è dall’alba teatro di battaglia tra due milizie che si sono fronteggiate anche con armi pesanti.
Secondo fonti ospedaliere libiche il bilancio, provvisorio, è di 9 vittime , tra cui un civile (forse due), e più di 30 feriti. La base aerea militare di Mitiga, vicina al centro di Tripoli, è diventata il principale aeroporto della città per i voli civili da quando, nel 2014, l’aeroporto internazionale è stato parzialmente distrutto dai combattimenti.

Il via alle ostilità sarebbe stato dato gruppo da un gruppo di uomini armati - la milizia Zamrina di Bashir Al-Buqra - che ha tentato all’alba di assaltare la prigione che si trova nel compound, difesa dalle Forze speciali di dissuasione, milizia fedele al governo di Accordo nazionale (Gnc) guidato dal premier Fayyez al-Serraj.
I miliziani Bashir al-Bugra (che le Forze speciali considerano un manipolo di criminali) affermano di essere una milizia che sostiene Khalifa al-Ghawil, il premier di quel Governo ombra che si era insediato a Tripoli nell'estate del 2014 dopo aver sconfitto con le sue milizie le forze regolari. Al-Ghawil, un islamico vicino ai Fratelli musulmani, non ha mai riconosciuto il governo di Serraj, che lo ha defenestrato subito dopo il suo insediamento, nel marzo 2016.

Ma proprio Serraj, l’uomo a cui la comunità internazionale affidava la speranza di riappacificare e unificare la Libia, investito a inizio del 2016 di questo gravoso compito, si sta rivelando un leader troppo fragile per un Paese così turbolento. La sua autorevolezza è compromessa in molte regioni del Paese. Tanto che i suoi avversari ironizzano definendolo il “sindaco di Tripoli”, e forse solo di alcuni quartieri della città. La Libia continua ad essere spaccata. Nella regione orientale della Cirenaica comanda il potente generale Haftar, nemico di Serraj, che controlla anche i maggiori terminal petroliferi e dispone di un esercito personale. È lui l’uomo che ambisce a divenire il prossimo presidente della Libia, e che a dicembre, in occasione di quella da lui definita «la scadenza dell’accordo politico di Skhirat (concluso nel dicembre2015, Ndr), ha definitivamente sconfessato la legittimità del Governo di accordo nazionale, sostenuto dalle Nazioni Unite.

E che dire della regione desertica del Fezzan?
Anche, e soprattutto qui, in queste aride terre della Libia sudoccidentale, sono ancora le milizie e le tribù a dettare legge e alcune di loro si spartiscono quasi indisturbate i proventi dei remunerativi traffici di esseri umani e armi.
Le parole rilasciate oggi dal ministro russo degli Esteri Sergey Lavron non convincono: «La situazione in Libia sta andando lentamente nella giusta direzione», ha dichiarato oggi durante la conferenza stampa annuale.

Certo, per la prima volta dallo scoppio della rivolta (febbraio 2011) la produzione petrolifera è tornata nel 2017 sopra il milione di barili al giorno (era a 1,6 milioni di barili nel 2010) con un consistente aumento delle entrate energetiche, balzate a 14 miliardi di dollari, quasi il triplo rispetto al 2016. Ma l’instabilità è ancora molto alta. Oleodotti e terminali petroliferi sono ancora a rischio di essere attaccati. Come avvenuto anche di recente.

Serraj preme affinchè quest’anno siano organizzate le storiche elezioni presidenziali della Libia. Senza indicare una data esatta, lo ha ribadito a Tripoli in dicembre al ministro francese degli Esteri Jean-Yves Le Drian.

Come i suoi predecessori, Serraj non è però riuscito a portare avanti l’indispensabile disarmo dei centinaia di gruppi armati che si contendono le spoglie della Libia. E l’ex regno di Gheddafi è così rimasto forse il paese più armato del mondo. Un pessimo scenario per organizzare quest’anno le elezioni presidenziali .

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