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Coree, una bandiera per due: passo politico ma riunificazione…

All’inaugurazione dei giochi olimpici

Coree, una bandiera per due: passo politico ma riunificazione lontana

(Ap)
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Aveva esordito nel lontano 1991 per i mondiali di ping pong. Si era vista da ultimo il 10 febbraio 2006 alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Torino. La si vedrà il 9 febbraio prossimo allo stadio olimpico di PyeongChang in analoga occasione. La bandiera dell'unificazione coreana – bruttina a dir la verità, con una semplice sagoma blu dei contorni geografici della penisola – raccoglierà sotto di sé sia gli atleti della Corea del Sud sia quelli del Nord. Non solo. La squadra femminile di hockey su ghiaccio alle Olimpiadi invernali sarà unica per le due nazioni. In deroga alle sanzioni, dal Nord arriveranno anche 550 persone, tra cui 140 artisti, 30 atleti di taekwondo per una dimostrazione di questa disciplina e 230 “cheerleaders”.

Simboli e paradossi
La sfilata degli atleti delle due Coree sotto un'unica bandiera ha un alto significato simbolico. Tutti i coreani senza distinzioni aspirano alla riunificazione del Paese, rimasto diviso intorno al 38esimo parallelo dall'armistizio del 1953, ancora in vigore senza essersi mai trasformato in un trattato di pace. L'annuncio di oggi , arrivato dopo alcuni giorni di trattative, segna sicuramento un progresso sul piano diplomatico, con un successo della ripresa del dialogo intercoreano occasionata dai Giochi e seguita alla inattesa apertura alla partecipazione olimpica segnalata dal leader nordcoreano Kim Jong Un nel suo discorso di inizio anno.

Il paradosso è che mai come negli ultimi mesi le tensioni geopolitiche incentrate sulla penisola coreana sono state tanto alte, fino a far evocare lo spettro di una guerra nucleare, con Kim e il presidente Usa Donald Trump a gareggiare in insulti e minacce incrociate. Nemmeno una eventuale guerra vittoriosa da parte della coalizione tra Sud e Stati Uniti garantirebbe la riunificazione, visto che la Cina potrebbe contrastare – non certo solo sul piano teorico – uno scenario di assorbimento del Nord da parte di un Sud alleato militarmente degli Stati Uniti. Inoltre a Seul si desidera la riunificazione ma – almeno in molti ambienti – non nell'immediato, a causa dei problemi economici (oltre che di politica internazionale) che un collasso subitaneo del regime dittatoriale genererebbe. L'ideale sarebbe che l'unione avvenisse dopo un periodo di transizione in cui il Nord si aprisse all'economia di mercato riducendo il gap con il Sud. Quanto al regime dittatorial-nazionalista di Pyongyang, la sua priorità è scacciare gli americani dalla penisola (dove stazionano circa 28mila soldati del Pentagono) per imporre le sue condizioni di riunificazione. Ma è escluso che le pur ricorrenti pulsioni semi-isolazioniste di Washington arrivino al punto di promuovere uno sgombero dalla penisola. In tal caso non solo scoppierebbe probabilmente la guerra, ma l'intero ruolo globale e asiatico degli Usa naufragherebbe.

Solo una tregua olimpica?
Se la “tregua olimpica” rappresenta uno sviluppo positivo in direzione di un allentamento delle tensioni, resta intatta la crisi internazionale generata dall'accelerazione del programma nucleare e missilistico nordcoreano, mentre è diventato evidente che Kim stia cercando, senza oneri, di intaccare il fronte comune a lui avverso. Se la Corea del Sud ha rapidamente risposto alle sue aperture “olimpiche” cominciando a dialogare anche sul piano militare, Stati Uniti e Giappone restano in un atteggiamento rigido. Da Washington continuano a arrivare indicazioni secondo cui il governo Usa ritiene inaccettabile una Corea del Nord in possesso di tecnologie in grado di minacciare il territorio continentale statunitense (con missili intercontinentali dotati di testate nucleari): Pyongyang è considerata vicina a oltrepassare la “linea rossa” che innescherebbe una risposta militare americana.

Messaggio forte dal summit di Vancouver
Lo stesso Segretario di Stato Rex Tillerson – l'esponente dell'Amministrazione Bush ritenuto più favorevole alla ricerca di una soluzione diplomatica – è tornato a non escludere l'opzione militare. Lo ha fatto al termine del vertice di Vancouver tra una ventina di Paesi che parteciparono alla guerra di Corea sotto l'egida delle Nazioni Unite. Il summit si è concluso con un accordo sulla possibilità di introdurre sanzioni ancora più aspre per indurre il Nord ad abbandonare i programmi nucleari e tornare al tavolo delle trattative. Tillerson si è rifiutato di commentare le indiscrezioni secondo cui il Pentagono starebbe approntando un eventuale attacco militare “limitato”. Mentre il Giappone ha confermato la sua linea dura, Cina e Russia hanno stigmatizzato un summit che le ha escluse. Mosca e Pechino sono sospettate di non applicare in pieno il regime sanzionatorio varato dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu anche con il loro voto. La situazione, insomma, resta molto tesa. Al di là dei simboli e dei riavvicinamenti occasionati dallo sport.

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