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Wolff: «Vi spiego perché Trump ha poche chance di finire il suo…

l’autore del libro scoop sul presidente usa

Wolff: «Vi spiego perché Trump ha poche chance di finire il suo mandato alla Casa Bianca»

Michael Wolff (Ap) e Donald Trump (Ap)
Michael Wolff (Ap) e Donald Trump (Ap)

NEW YORK - L’ultima ramificazione di “Fire and Fury”, il libro di Michael Wolff su retroscena, drammi e tradimenti alla Casa Bianca, riguarda di nuovo Stephen Bannon, per molti mesi il consigliere più vicino al presidente Usa: la settimana scorsa il procuratore sul Russiagate Mueller lo ha citato davanti a un grand jury mentre ieri Bannon ha testimoniato davanti alla commissione “intelligence” su certe sue dichiarazioni a Wolff: “Donald Trump Jr. ( il figlio del presidente) e Manafort (ex capo della campagna Trump) sono dei traditori, sono stati antipatrioti per aver incontrato i russi...”. Con dichiarazioni così esplicite nel libro, smentite solo parzialmente da Bannon, la giustizia vuole capire meglio e dunque tutti attendiamo l'esito degli interrogatori.

Di certo il nodo dello scandalo russo si sta stringendo e abbiamo chiesto direttamente a Wolff, in una intervista esclusiva concessa al Sole 24 Ore, un suo pronostico sul futuro di Trump. L'autore del momento arriva in ottima forma. Dopo la pubblicazione del suo best seller non ha avuto molto tempo per una semplice pausa davanti a un piatto di spaghetti. «Sono esausto, fra televisioni, interviste, avvocati, polemiche, attacchi non c'è stato un attimo di tregua», mi dice. Visti gli sviluppi recenti gli chiedo un pronostico a caldo sul futuro di Trump. Mi risponde senza esitare: «Trump ha il 30% di possibilità di essere incriminato e sottoposto a impeachment per il Russiagate; c’è anche un 30% di probabilità che se ne andrà lui e un altro 30% che finisca il mandato. Non sopporta la pressione del lavoro. Non aveva mai creduto nella vittoria, non voleva la responsabilità della Casa Bianca. Ma al di là dell'esito del Russiagate, do al 100% le probabilità che non si candiderà per il 2020». Trump ha già sparato i suoi tweet contro Bannon e contro Wolff, che non ha avuto la vita facile.

(REUTERS/Phil Noble)

Dopo un successo istantaneo come quello che ha avuto il suo libro, il giorno per giorno di Wolff ha ancora il gusto dolce della gratificazione, con alcune eccezioni: gli attacchi del presidente, la minaccia di portarlo in tribunale, le recensioni “invidiose” di alcuni colleghi, le domande sul perché solo lui abbia avuto l’accesso che ha avuto alla Casa Bianca e su quali accordi o retroscena ci fossero proprio dietro questo suo rapporto con Bannon, la fonte principale del suo libro. Wolff è tranquillo. Ha le registrazioni e dice: «Nessun retroscena. Mi ha colpito quanto la gente immagini chissà quali storie per il mio accesso a Bannon e attraverso lui al presidente e alla Casa Bianca. In realtà la storia è semplicissima e casuale come spesso capita».

La storia di questo libro, che ha scosso come raramente succede la capitale americana e il Paese, comincia nell'inverno del 2016 in piena stagione delle primarie. Michael Wolff non è “gossip columnist” come hanno scritto alcuni giornali italiani e americani, ma un serio giornalista che si occupa soprattutto del settore media. È anche un ottimo oratore. In un giorno tiepido di febbraio è all'aeroporto di Orlando, in Florida. Aveva partecipato a una conferenza, e mentre cerca l’uscita del suo volo per rientrare a New York uno sconosciuto corpulento che cammina verso di lui lo guarda intensamente, molla i bagagli a mano e lo abbraccia, congratulandosi per il suo lavoro. «Ero paralizzato, chissà forse lo avevo incontrato o visto da qualche parte, forse alla conferenza». Ancora sorpreso ricambia la cordialità, ringrazia, saluta e si dirige verso il suo volo ancora ignaro di chi mai potesse essere l'ammiratore.

Fino a quando alcuni giorni dopo: «Vedo sul New York Times un articolo su Breitbart News con la foto del direttore di fianco. Chi era? Proprio lui, il personaggio corpulento che mi aveva abbracciato qualche giorno prima, Stephen Bannon». Allora Bannon era un semplice consulente della campagna Trump, poco conosciuto dal grande pubblico. Ma era vicino alla famiglia Mercer che finanzia Trump e alcuni mesi dopo, quando Manafort è costretto a lasciare la guida della campagna sulla scia del Russiagate, diventa lui il nuovo direttore.

Wolff gli scrive congratulandosi, ricordandogli l’incontro casuale a Orlando, e Bannon lo invita a visitarlo quando vuole. È da quell’incontro in aeroporto che nasce il libro scoop dell'anno. «Avevo anche intervistato Trump per l’Hollywood Reporter e l’intervista, schietta e spiritosa, era piaciuta sia a Trump che a Bannon. Quando poi Bannon è diventato un personaggio chiave della Casa Bianca, ci siamo visti di nuovo e gli ho proposto di raccontare i primi mesi della nuova Casa Bianca. Trump ha approvato e il resto lo conosciamo: con l'ok del presidente e di Bannon tutti erano disponibili a parlarmi. Ero spesso seduto su un divano nella West Wing, ero parte della tappezzeria e le persone, le conversazioni, mi passavano davanti. Incontravo chi volevo e mi ha stupito il candore con cui mi raccontavano quel che capitava: il denominatore comune? Trump è come un bambino viziato, impulsivo, che deve avere tutto subito».

Wolff entra in questi dettagli anche per rispondere a chi sul New York Times o su Slate ha messo in dubbio la serietà di alcune delle dichiarazioni che ha raccolto. «Pettegolezzo o documentazione storica? Quello di Wolff è giornalismo approssimativo», attacca ad esempio Isaac Chotinier su Slate. «Molto divertente, ma non si interessa ai fatti o ai dettagli di policy», rimbrotta Jonathan Martin sul New York Times. Wolff è da tempo critico di certi media mainstream, fra questi il New York Times e il New Yorker. Posso confermare che non lo sopportavano ben prima che uscisse il libro.

La seconda è che questo libro ha fatto più notizia “globale” dei mille articoli scritti contro Trump dai corrispondenti che erano ogni giorno alla Casa Bianca, ma lontani dai corridoi. E che lo scoop lo avesse fatto proprio lui ha raddoppiato il risentimento: «Non ho mai avuto la pretesa di fare uno documento “storico” con triple verifiche sulle scelte di policy - mi dice ancora Wolff - il mio è un racconto, un affresco di quello che succede davvero dietro le quinte nella Casa Bianca di Trump, è la versione più aggiornata e fedele dell'ecosistema trumpiano. Per questo credo abbia avuto il successo che ha avuto. Pensa: in quattro giorni abbiamo avuto prenotazioni per un milione di copie. Ovviamente devo anche ringraziare la reazione forte di Trump contro Bannon...»

Questo libro non è solo un fuoco di paglia. La conseguenza politica più importante dell'opera di Wolff è stata proprio la rottura fra Trump e Bannon, la fine di un progetto che secondo Bannon avrebbe dovuto portare nuovi personaggi simili a Trump, fuori dalla politica, impreparati ma ispirati da una dottrina di estrema destra in Parlamento.

Questa rottura è uno sviluppo chiave per le prossime elezioni a novembre, che saranno determinanti per gli assetti politici del Paese: «Ancora non ho sentito Bannon dopo la pubblicazione - dice ancora Wolff - lo chiamerò presto. Perché mi ha detto quel che mi ha detto? Forse perché pensava che con le elezioni in Alabama poteva decollare il suo futuro politico. Invece Roy Moore, il suo candidato, impresentabile, ha perso e con quella sconfitta si è chiusa la sua partita».

La seconda conseguenza l’abbiamo vista in questi giorni con la citazione di Bannon sul Russiagate. L’impatto dunque c'è stato eccome. Peccato che i critici abbiano mancato di sottolineare quanto sia stato importante che un libro, il vecchio libro, sia ancora riuscito a fare la sua parte nell’era del tempo reale e di internet. Ed è questo un altro merito di Wolff, quello di aver restituito grinta a un “mezzo” che sembrava superato dai tempi per fare notizia.

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