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Che mondo sarebbe con la «Taylor rule»? In Germania tassi al 7%, negli Usa al 4% e in Italia a -1%

John B. Taylor - Afp
John B. Taylor - Afp

John B. Taylor è noto per la sua teoria economica - elaborata negli anni ’80 - che stima quale dovrebbe essere il tasso di interesse ideale applicato da una banca centrale. Una sorta di manuale per Draghi, Yellen e prima ancora Greenspan, Bernanke e compagnia bella. E c’è mancato poco che questo manuale lo potesse applicare in prima persona lo stesso Taylor. Dalla teoria alla pratica. Perché ha duellato fino alla fine con Jerome Powell per il ruolo di nuovo governatore della Federal Reserve.

Alla fine lo scorso novembre il presidente Donald Trump ha scelto il secondo (rimpiazzerà Janet Yellen dal 3 febbraio) ma per Taylor resta comunque la possibilità di far parte del consiglio della banca centrale più importante e influente al mondo (alcuni posti nel board sono ancora vacanti). Quella che, volenti o nolenti, continua a dettare la linea anche alle altre istituzioni monetarie.

Considerata la posizione che Taylor ha sfiorato e considerato comunque che nel futuro potrà comunque avere un peso diretto nelle scelte di politica monetaria vale la pena riesumare la sua teoria.

Secondo Taylor una banca centrale nel manovrare i tassi di interesse dovrebbe tener conto di più fattori. Oltre al livello di inflazione atteso (il parametro che guida oggi la Banca centrale europea) e alla disoccupazione in senso stretto (questo secondo parametro ispira oggi, oltre all’inflazione attesa, le scelte della Fed) nell’algoritmo di Taylor rientrano i concetti di output gap (la differenza tra disoccupazione e piena occupazione), Pil potenziale (calcolato nell’ipotesi di piena occupazione), fino ad arrivare al concetto di tasso di interesse reale di equilibrio (dove domanda aggregata e offerta aggregata combaciano in un regime di piena occupazione).

La formula della teoria - che in parte prende spunto da concetti di matrice keynesiana- è stata in seguito modificata dallo stesso Taylor e altri accademici. «Va storicizzata perché utilizza parametri che andavano bene per il mondo degli anni ’80 e ’90 - spiega Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos -. Allo stesso tempo alcuni concetti sono oggetto del dibattito in seno all’Eurogruppo. Come quello relativo al calcolo del Nairu (Non-accelerating inflation rate of unemployment), ovvero il tasso di disoccupazione che non produce inflazione. Il punto è che il mondo è cambiato - continua Fugnoli -. Se ad esempio prima si pensava che il 4% fosse il livello giusto oltre il quale scattasse l’inflazione salariale, oggi, quando di inflazione salariale se ne vede poca, possiamo dire che solo vivendo si potrà capire quale è il Nairu effettivo. Questo rende molto complicato applicare la Taylor rule».

Nonostante le difficoltà ad adeguarla al “nuovo mondo” (si veda Goldilocks economy), la “regola di Taylor” viene comunque monitorata dai banchieri centrali. E va detto che negli ultimi anni ci sono stati dei momenti in cui lo spread tra i tassi della Fed e quelli teorici secondo la formula di Taylor sono stati molto vicini, quasi allineati, come ad esempio nell’estate del 2013.

LO SPREAD “FED VERSUS TAYLOR”
La distanza tra i tassi della Fed e quelli secondo la Taylor rule “Fonte:Bloomberg”

Oggi siamo però molto distanti. Secondo la “Taylor rule” gli Usa dovrebbero avere il costo del denaro superiore al 4% mentre i tassi oggi sono all’1,5%. Il confronto può essere esteso anche ad altre aree economiche. E così si scopre che la lente di ingradimento della “Taylor rule” si rivela come un modo alternativo per osservare i profondi squilibri su cui si reggono oggi le economie dei Paesi dell’area euro (oltre ai saldi Target 2).

COME SAREBBERO I TASSI SECONDO LA TAYLOR RULE
La distanza tra le principali aree economiche (Fonte: Bloomberg)

La Germania, stando all’algoritmo di Taylor, dovrebbe avere tassi (se fosse la Bundesbank ad azionarli) superiori al 7%. Mentre l’Italia (nell’immaginifica ipotesi in cui la Banca d’Italia seguisse il manuale dell’economista e professore alla Stanford University) dovrebbe avere un tasso di riferimento sottozero, a -1,2%. A conti fatti, se può valere qualcosa, l’Italia - dove il costo del denaro è pari a 0 come per tutti i Paesi dell’Eurozona perché così ha stabilito la Bce - è molto più vicina alla “Taylor Rule” che non la Germania.

twitter.com/vitolops

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