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Lo shock fiscale di Trump dà una scossa alla Corporate America

gli effetti della riforma

Lo shock fiscale di Trump dà una scossa alla Corporate America

Il negozio Apple sulla Quinta Strada a New York (Afp)
Il negozio Apple sulla Quinta Strada a New York (Afp)

NEW YORK - Da sole le grandi banche americane hanno riportato oneri per oltre 30 miliardi di dollari nei bilanci del quarto trimestre dell'anno scorso. Apple ha anticipato che verserà all'erario federale americano una cifra da record, 38 miliardi, per fare i conti con il suo tesoro altrettanto record di oltre 250 miliardi di dollari in profitti accumulati e parcheggiati all'estero.

I numeri, non c'è che dire, sono impressionanti e a prima vista pesanti per le società coinvolte. A prima vista. Sono infatti le cifre delle iniziali ripercussioni sulla Corporate America - e su aziende internazionali con una significativa presenza negli Stati Uniti - della nuova legge di riforma delle tasse varata da Donald Trump e dal Congresso repubblicano.

Lo scudo sul rientro dei capitali aziendali
Una legge che è però rivolta anzitutto alle aziende per alleggerire in futuro il loro carico fiscale e stimolarne i progetti, facendo da volano di una continua espansione: ha ridisegnato l'architettura delle imposte, abbattendo le aliquote d’impresa dal 35% al 21%, orchestrando un passaggio a sistemi di tassazione “territoriale” per i prossimi pagamenti sugli utili all'estero (corretto da una minimum tax e norme anti-abusi) e offrendo un “passaporto” scontato - tra circa l'8% e il 15% a seconda della liquidità - per il rimpatrio di tesori già accumulati fuori dai confini.

Meno crediti d’imposta per le banche
Questa stessa svolta ha anche imposto l'iniziale “balzello”. Nel caso di Apple legato alle sue cassaforti internazionali, che potrebbero ora tornare in patria a finanziare espansioni industriali e innovazione tecnologica, come anche acquisizioni, dividendi e buyback azionari. Per le banche si tratta anzitutto di crediti d'imposta e deduzioni ricevuti come conseguenza della crisi del 2008 e che, di fronte alle modifiche al ribasso delle aliquote, perdono valore e possibilità di utilizzo.

Una riforma che divide
Il dibattito sugli effetti finali della riforma resta aperto. I fautori vedono inedita competitività, investimenti produttivi e accelerazioni significative della crescita oltre che degli utili aziendali. I critici temono si tratti di fenomeni passeggeri, con una crescita migliorata solo temporaneamente di sole frazioni di punto percentuale, per poi tornare a languire nel lungo periodo. Vedono scarsi guadagni permanenti in termini di produttivita' come di salari; piuttosto, sulla scorta delle esperienze di rimpatrio di utili, incentivi a manovre finanziarie quali cedole, riacquisti di titoli propri o acquisizioni che potrebbero comportare sinergie e in realta' riduzioni occupazionali. E sono preoccupati per la sostenibilita' di un indebitamento pubblico che dovrebbe lievitare di altri 1.400 miliardi in deeci anni dagli attuali 20.000 a causa della riforma.

Un terremoto fiscale
Nell'insieme, tuttavia, il terremoto fiscale in atto è innegabile e le imprese promettono nuove stagioni di impegni domestici una volta archiviati questi costi iniziali in gran parte gia' nel trimestre appena concluso. Impegni sostenuti dalla maggior flessibilita' del sistema fiscale - che non caso era sostenuta dalla stessa opposizione democratica in un clima più bipartisan in passato.

Oltre 200 miliardi verso il rientro negli Usa
Più in dettaglio oggi l'impatto maggiore, quando si tratta dei costi immediati, appare causato dalla richiesta alle aziende di far rientrare profitti teoricamente guadagnati attraverso controllate all'estero - sovente tenuti in paradisi fiscali. Finora questi utili potevano non essere tassati solo finché restavano oltre confine. Potranno rientrare e essere impiegati pagando un'aliquota stracciata, come ricordato, fino all'8 per cento. La manovra, secondo alcune stime, potrebbe generare un gettito complessivo per l'erario di 235 miliardi, un terzo del quale da cinque leader dell'offshore quali Apple, Microsoft, Pfizer, Cisco e Oracle.

Gli investimenti annunciati
È una visione di più lungo periodo a spiegare però perché mercato azionario e analisti abbiano preso alla leggera simili oneri e le aziende sprizzino ottimismo. Apple, assieme al conto delle tasse, ha preparato piani per creare ventimila nuovi posti di lavoro e investire direttamente 30 miliardi nei prossimi cinque anni compresa l'apertura di un secondo quartier generale. Gruppi dall'auto - inclusa Fca - fino al retail - Wal Mart - hanno annunciato bonus, aumenti di salari minimi e a loro volta nuovi investimenti miliardari. Gli oneri attuali, insomma, vengono considerati di natura contabile, non riflesso di salute aziendale, e portatori di futuri vantaggi. Le stesse stime che misurano i costi immediati calcolano contemporaneamente i risparmi e vantaggi in dote con gli sgravi: il solo sconto sul rimpatrio varrebbe in futuro 500 miliardi, il doppio dell'obolo anticipato. Guardando avanti le aziende americane potranno contare su aliquote domestiche falciate al 21% da 35% e su una minimum tax limitata al 10,5% sui profitti esteri, scontata di imposte pagate localmente. Resterà adesso da verificare, al di la' dei pronunciamenti, come e dove saranno impiegate le nuove risorse mobilitate sulla carta dalla riforma.

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