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Medio Oriente, i rischi dell’agenda di Trump

stati uniti ed europa a confronto

Medio Oriente, i rischi dell’agenda di Trump

Preparativi al Centro Congressi che dal 23 gennaio ospiterà il World Economic Forum a Davos, Svizzera
Preparativi al Centro Congressi che dal 23 gennaio ospiterà il World Economic Forum a Davos, Svizzera

Il Medio Oriente secondo Trump somiglia a una vasta regione suddivisa in amici e nemici degli Stati Uniti. In questa semplicistica mappa, dove il manicheismo è eletto a regola di classificazione, i Paesi sponsor del terrorismo convivono accanto a virtuose monarchie animate da buone intenzioni.

Nessun presidente americano è però riuscito in soli 40 giorni a commettere tanti e gravi errori in Medio Oriente (almeno così la pensano molti Paesi). E forse nessuno è riuscito a scavare un solco diplomatico con gli alleati europei su complessi dossier internazionali che richiederebbero invece un’azione congiunta.

Il fuoco alle polveri Trump lo ha dato il 6 dicembre annunciando al mondo la decisione di riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato di Israele, e di volervi trasferire l’ambasciata americana. Una posizione inaccettabile non solo per i palestinesi, che rivendicano Gerusalemme Est come capitale di un futuro Stato palestinese, tappa finale della roadmap del processo di pace. Ma inaccettabile anche per i Paesi impegnati da 24 anni a sostenere questo percorso, oltreché per l’Onu.

Come i precedenti coinquilini della Casa Bianca, anche Trump coltiva un sogno: essere il primo presidente americano artefice della “pace impossibile”, tra palestinesi e israeliani. È avvenuto il contrario. La sua dichiarazione ha innescato manifestazioni violente nei Territori occupati e ha costretto in un angolo il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen. Che, davanti ai fatti, ha assunto un’iniziativa senza precedenti: escludere gli Stati Uniti dallo storico ruolo di mediatori del processo di pace israelo-palestinese. Non era mai successo dai tempi dell’accordo di Oslo (1993). Uno schiaffo diplomatico. Anziché ripensarci, Trump è andato avanti. Prima minacciando ritorsioni economiche ai Paesi che avessero votato all’Assemblea generale dell’Onu la risoluzione che condannava la sua decisione, il 21 dicembre scorso. Poi, preso atto del risultato (128 Paesi a favore, 9 contrari e 35 astenuti) Trump è passato alle rappresaglie. La sera del 25 dicembre dalla Casa Bianca è filtrata la notizia di un consistente taglio americano ai fondi dell’Onu. La ragione ufficiale: troppi sprechi e poca trasparenza. Ma che sia arrivata in quel momento lascia perplessi.

Pochi giorni fa si è consumato l’ultimo atto: come risposta alla volontà palestinese di non voler intraprendere il processo di pace concepito dallo staff di Trump, che prevederebbe la città di Abu Dis, nei Territori occupati, come capitale dello Stato palestinese, la Casa Bianca ha deliberato un taglio da 125 a 60 milioni di dollari agli aiuti bilaterali all’Unrwa, agenzia Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi (nel 2017 gli Usa avevano versato 355 milioni). La risposta di Abu Mazen è stata ancor più dura: «Maledetti i tuoi soldi», ha replicato, accusando Trump di aver ucciso il processo di pace di Oslo e interrompendo il riconoscimento di Israele da parte dell’Anp.

Nel frattempo,un altro dossier ha scavato ulteriormente il solco diplomatico con gli alleati europei. Da sempre ostile, Trump sperava almeno di modificare l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 da Usa, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania. Nonostante la certificazione dell’Agenzia internazionale dell’Energia atomica, secondo cui l’Iran ha rispettato gli accordi, Trump ripete da tempo che l’accordo è stato comunque violato nello spirito. E da allora insiste, pena il ripristino delle sanzioni americane e lo stralcio del documento, che l’accordo venga modificato con “garanzie” tra cui l’inclusione del programma balistico di Teheran e l’ispezione di una serie di non meglio individuati siti militari sospetti. La risposta della Ue è stata durissima: l’accordo nucleare non si tocca e un presidente non può unilateralmente stralciarlo.

E veniamo al Pakistan. Il 1° gennaio, dopo averlo accusato di non cooperare in modo adeguato alla lotta al terrorismo, Trump ha sospeso quasi integralmente gli aiuti militare e di sicurezza destinati a Islamabad. Si parla di 225 milioni. In verità parte dei servizi segreti di questa potenza nucleare di 150 milioni di abitanti ha sempre intrattenuto relazioni più che ambigue con i talebani. Ma se Trump volesse davvero portare le forze americane (le ha da poco aumentate da 8.400 a 15mila) «fino alla vittoria», escludere il Pakistan potrebbe essere controproducente. Dal punto di vista militare resta per gli Usa un’indispensabile via di transito verso l’Afghanistan. Abbandonarlo significherebbe consegnare un Paese comunque strategico nelle braccia della Cina. Anche in questo caso per il non diplomatico Trump la via diplomatica sarebbe l’opzione preferibile. L’appuntamento è tra tre giorni. A Davos.

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