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Il 2018 sarà l’anno della primavera saudita?

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estremismo e riforme nel regno

Il 2018 sarà l’anno della primavera saudita?

Pubblico a una gara tra cammelli all’annuale fiera a 160 chilometri da Riad
Pubblico a una gara tra cammelli all’annuale fiera a 160 chilometri da Riad

A marzo i cinema chiusi da trentacinque anni riaprono, a giugno le donne possono prendere la patente, intanto iniziano ad andare allo stadio. Nel 2018 l’Arabia Saudita che professa il wahhabismo, la lettura più oscurantista nell’Islam sunnita, sembra schiudersi grazie a Mohammed bin Salman, principe ereditario e futuro re. Ci vorranno anni ma sarà il tempo di «Vision 2030» il piano del principe per un nuovo Regno, economia meno legata al petrolio e società più aperta.

Alla fine la primavera araba, si azzarda già, potrebbe fiorire proprio nella monarchia più restia al cambiamento solo sfiorata dalle rivolte del 2011, domino che toccò Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Yemen con esiti diversi in alcuni casi disastrosi.

Il Regno è però un mosaico che difficilmente si lascia comporre. Il pezzo più pregiato è il Salvator Mundi di Leonardo acquistato in gran segreto da MbS (mistero svelato grazie al dipartimento di stato americano, 450 milioni l’asta record, il quadro andrà al Louvre di Abu Dhabi).

Oltre alle ambizioni da magnate occidentale, vi sono i cinema e le concessioni alle donne - l’auto a tutte, il divieto non è mai stato applicato al cento per cento, le tifose finalmente allo stadio pur in spalti separati nella «sezione famiglia», le under 35 impiegate all’aeroporto, controllo passaporti. È cambiamento, piccole simboliche riforme, ma non basta. Se la condizione femminile è spia dei progressi di una società repressiva lo è allo stesso modo l’istruzione. La chiusura del programma scolastico Feten, astuto in arabo, è un buon esempio della lotta fra conservazione e tolleranza.

Feten chiedeva agli studenti sauditi di fare foto e video che mostrassero come il Regno servisse l’Islam, progetto pilota che metteva in pratica la richiesta di riforme di MbS. È fallito; doveva combattere l’estremismo, è diventato ostaggio di estremisti. Gli insegnanti hanno mostrato simpatia per la Fratellanza Musulmana, gruppo terrorista in Arabia Saudita, si è tentato di rimpiazzare Feten con qualcosa di simile, l’esperimento è durato 72 ore. Forse prevedibile in un Regno sinora dominato da religiosi ultraconservatori (uno di loro criticò la patente alle donne argomentando che hanno la metà delle capacità mentali degli uomini, ridotte a un quarto quando fanno shopping) ma segno che MbS avrà le sue difficoltà. Se le cose non cambiano a scuola, è difficile pensare a un’Arabia Saudita diversa e non si può immaginare un’Arabia diversa se la famiglia reale non riuscirà a ridimensionare il clero wahhabita tanto reazionario quanto influente.

Se si vuole sradicare l’estremismo, sostiene Human Rights Watch, bisogna mettere al bando libri di testo che definiscono «autentici infedeli» ebrei, cristiani e pagani (l’unico solo Dio è Allah, insiste la dottrina wahhabita) e «malvagi» coloro «che costruiscono le tombe dei profeti e dei giusti dentro le moschee» cioè i musulmani sciiti e sufi.

Il ministro dell’istruzione di Riad ha annunciato che entro il 2020 simili libri non si stamperanno più, si passerà a tablet interattivi, qualsiasi contenuto intollerante potrà così essere cancellato in tempo reale. Bello, tecnologico ma le politiche del governo rimangono antiquate, dice al Financial Times Fawziah al-Bakr, professore alla King Saud University, «la società è cambiata e cambia nelle grandi città, non nei piccoli centri e nelle aree rurali».

Con questa arretratezza il Regno fatica a fare i conti come rifiuta di ammettere qualsiasi responsabilità negli attentati dell’11 settembre 2001. Due giorni fa il governo saudita ha chiesto a un giudice di Manhattan di rigettare le domande di risarcimento delle famiglie delle vittime delle Torri Gemelle. L’avvocato americano del Regno ha elencato le indagini di Fbi, Cia, la Commissione 9/11, niente dimostra che l’Arabia Saudita abbia finanziato gli attacchi con aerei di linea a New York e al Pentagono. Ma è dall’Arabia Saudita, in particolare da quel sud arretrato di cui parla il professor al-Bakr, che provenivano molti dei terroristi del commando contro l’America.

Il sud è ancora più lontano visto da Riad, dove a novembre è andata in scena un’eclatante prova di forza. Quando MbS, a dispetto di quel sorriso da adolescente, ha fatto arrestare undici principi e una dozzina di uomini d’affari e funzionari del Regno, tutti accusati di corruzione. Le mazzette in realtà c’entravano poco, Mbs è nel pieno di una battaglia di potere ma chi ha definito quella spettacolare retata «la purga a Riad» lo ha fatto con una certa ironia: il carcere dei «corrotti» era il Ritz-Carlton, lussuoso albergo pluristellato della capitale che da pochi giorni accetta di nuovo prenotazioni.

Soprattutto uno degli arrestati, Ibrahim al-Assaf, ex ministro delle finanze già nel board di Saudi Aramco, compagnia petrolifera di stato, sarà il capo della delegazione saudita al Word Economic Forum che inizia martedì a Davos. Il ministro al-Assaf è tornato nelle grazie e consigliere del re. Dopo la retata si è allineato, buon segno per MbS e i suoi progetti, se non fosse che il principe si è fatto molti importanti nemici che ora si potrebbero coalizzare, osserva ad esempio Theodore Karasik, consulente al Gulf State Analytics di Washington.

Nell’immediato il principe deve anche gestire cambiamenti che non dipendono del tutto dalla sua volontà, l’economia innanzitutto. Da gennaio i prezzi di prodotti e servizi aumentano perché è stata introdotta l’Iva, un’aliquota del 5% che peserà sul costo della vita. Soprattutto quest’anno, la produzione di petrolio americana surclasserà quella russa e saudita, secondo le previsioni del governo americano. Ma questo Macron d’Arabia sembra sempre sul pezzo: il Regno che investe già nelle energie rinnovabili, ha appena annunciato che il 2018 sarà l’anno delle centrali solari e ha già stanziato sette miliardi di dollari.

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