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Iran, sospesa la condanna a morte del ricercatore Ahmadreza Djalali

lo studioso accusato di spionaggio

Iran, sospesa la condanna a morte del ricercatore Ahmadreza Djalali

La condanna a morte di Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano arrestato nel 2016 a Teheran con l’accusa di essere una spia, è stata sospesa. La sentenza avrebbe dovuto essere eseguita venerdì scorso, ma la Sezione 33 della Corte suprema iraniana la sta revisionando e ha chiesto a un procuratore di esprimere il proprio parere a febbraio. La notizia è stata diffusa dal Center for Human
Rights e rilanciata dall’Università del Piemonte Orientale, dove lo studioso iraniano ha lavorato al Centro di ricerca in medicina dei disastri. Le precarie condizioni di salute di Djalali avrebbero influito sulla decisione della Corte.

Secondo l’avvocato del ricercatore si sono rese necessarie delle cure mediche fuori dal carcere, finora negate dai giudici, soprattutto per verificare un «possibile tumore». Gli avvocati difensori di Djalali auspicano che questa revisione del processo possa portare a un ribaltamento della sentenza. I prigionieri politici in Iran sono sottoposti a un duro trattamento, che spesso include anche la negazione delle cure mediche. La minaccia di un rifiuto di cure mediche viene spesso usata come strumento di intimidazione contro i prigionieri che hanno sfidato le autorità o hanno presentato denunce.

Djalali, che vive in Svezia con la moglie e due figli, ha costantemente negato di collaborare con qualsiasi agenzia di intelligence e ha dichiarato di essere stato imprigionato in Iran per essersi rifiutato di spiare a favore della sua patria.
In una lettera inviata dalla prigione di Evin - dove il ricercatore è detenuto - rivolta al capo della magistratura Sadegh Larijani, Djalali ha proclamato che l’accusa contro di lui «è piena di distorsioni e interpretazioni errate». La lettera è stata scritta a metà gennaio 2018, secondo la moglie di Djalali, Vida Mehran-Nia, che l’ha condivisa con il Center for Human Rights il 19 gennaio.

Djalali è stato condannato a morte con l’accusa di «collaborare con un governo ostile» da un tribunale rivoluzionario a Teheran nell'ottobre 2017. Il 5 dicembre 2017, la Corte Suprema ha confermato la condanna a morte. Il ricercatore è stato accusato di fornire informazioni a Israele, che sarebbero state usate per l’assassinio degli scienziati nucleari iraniani Ali-Mohammadi e Majid Shahriari, avvenuto nel 2010. Djalali è stato arrestato nell'aprile 2016 mentre viaggiava in Iran dalla Svezia su invito dell’Università di Teheran per parlare della sua esperienza nella medicina del disastro. «Le accuse sul mio ruolo nel fornire informazioni sugli scienziati nucleari uccisi sono false e vili», ha scritto lo scienziato. «Le ho respinte con numerosi documenti che sono stati presentati alla corte». Solo una persona è stata processata per questi omicidi, Majid Jamali Fashi, che è stato messo a morte nel maggio 2012 per aver presumibilmente ucciso Ali-Mohammadi nel gennaio 2010.

Il 17 dicembre 2017, il servizio televisivo pubblico iraniano ha trasmesso la confessione forzata di Djalali, che è stata registrata mentre era detenuto in isolamento in condizioni di estrema durezza. Secondo il Center for Human Rights la tv iraniana ha una lunga storia di trasmissione di confessioni forzate: «Produzioni tipicamente ben organizzate, sono usate per diffamare i dissidenti, gli intellettuali e altri individui che le autorità desiderano screditare per legittimare il loro procedimento e favorire il sostegno pubblico per le loro condanne».

La moglie di Djalali ha dichiarato che suo marito è stato costretto a leggere la confessione che è stata trasmessa, sotto minaccia che la sua famiglia e i suoi figli sarebbero stati uccisi se non lo avesse fatto. (M. Do.)

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