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Tutte le guerre commerciali di Trump. E i loro costi

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Tutte le guerre commerciali di Trump. E i loro costi

NEW YORK - Il costo economico delle guerre commerciali dichiarate o promesse dal “generalissimo” Donald Trump, Commander in chief delle armate di America First, è ancora tutto da calcolare. Ma comincia a filtrare, caso per caso. E minaccia di salire rapidamente - da milioni a miliardi di dollari, da migliaia a milioni di posti di lavoro - se alle azioni cominceranno a seguire reazioni dei partner e se l’escalation delle tensioni contagerà cruciali settori dell’economia.

  A sollevare il sipario su questa verità è stata in queste ore la sudcoreana LG Electronics. È diventata la prima azienda a reagire alla decisione di inizio anno della Casa Bianca di imporre tariffe sulla “tecnologia del bucato”: i prezzi delle sue lavatrici e asciugatrici, da anni vendute e anche costruite negli Stati Uniti, salirà di conseguenza, visto che i dazi colpiranno tanto macchine complete che componenti usate nell’assemblaggio, trumatizzando catene di fornitura globale che sono ormai la regola in molti, americanissimi settori. Di quanto i prezzi saliranno non l’ha ancora ufficialmente comunicato, ma indiscrezioni parlano di almeno 50 dollari a prodotto. E se la cifra isolata può sembrar piccola, il potenziale effetto a cascata dovrebbe far ricredere anche i più ottimisti. Il circolo vizioso funziona più o meno così: una frenata della domanda per i rincari causa battute d’arresto alla produzione, che provoca cali nei posti di lavoro - LG sta aprendo una nuova fabbrica nel sud degli Stati Uniti - e ulteriori danni alla domanda.   

L’esempio di LG è solo l’inizio. A complicare l’equazione commerciale sono le divisioni e differenze che attraversano lo stesso entourage di Trump. Gary Cohn, il capo-consigliere economico, è considerato un moderato, che avanza ipotesi di interventi al più circoscritti. Altri, quali Peter Navarro a capo del National Trade Council, sono fautori di ondate di sanzioni. Ma andiamo con ordine nelle dispute aperte o possibili a breve sotto le bandiere di Trump e che potrebbero costare care se avranno seguito. 

Pannelli Solari e lavatrici
Qui i dazi sono più quantificabili perché scattati - del 30% sul solare e del 50% sugli elettrodomestici - con azione presidenziale richiesta dalla legge utilizzata. Una legge del 1974 rimasta a lungo negli sgabuzzini del governo - la Section 201 - perché considerata nefasta e troppo ampia: di fatto consente di proteggere (safeguard) aziende domestiche dalla concorrenza dell’import. Portando a degli assurdi: le lavatrici di LG già costano in media in realtà il 20% in più dei modelli assai meno sofisticati della Whirlpool, che ha mosso l’azione in preda alla crisi (ieri ha riportato un bilancio trimestrale in perdita). Il rincaro dei prezzi annunciato da LG fa presagire i danni, che potrebbero comprendere battute d’arresto in nuovi impianti statunitensi in costruzione da parte sia di Lg che di Samsung.

Altrettanto controverso è il dazio sui pannelli solari, destinato anzitutto alla Cina: le due aziende che hanno chiesto protezione, tra l’altro a loro volta controllate da società straniere, non sfornano neppure la tecnologia fotovoltaica penalizzata. L’effetto è’ stato quantificato dall’associazione delle società di vendita e installazione dei pannelli, un segmento in forte crescita con 260mila addetti che teme di veder sparire 23mila posti di lavoro solo quest’anno per i rincari. Le tariffe dovrebbero generare aumenti nei costi del 4% nei sistemi residenziali e del 10% per progetti di scala industriale. E portare alla cancellazione o rinvio, fino al 15%, delle nuove installazioni previste nei prossimi cinque anni negli Stati Uniti.

Section 201
Lo spettro che incombe è il moltiplicarsi di simili “vendette” aziendali, di ricorsi di imprese nei più diversi settori ai quali l’amministrazione dà ragione. Già oggi società Usa stanno presentando ricorsi al ritmo maggiore degli ultimi 15 anni, con un totale di 23 aziende che hanno presentato casi nel 2017. Prendono di mira 29 Paesi, ancora un record dal 2001. Calcolando il numero di indagini aperte (a volte una stessa azienda ha presentato più ricorsi), il totale sale a ben 79, un incremento del 65% dall’anno prima. Accanto agli elettrodomestici sudcoreani e tecnologie energetiche di Pechino sono sotto accusa olive spagnole e attrezzi vietnamiti, biodiesel argentino e velivoli civili canadesi. In quest’ultimo caso Boeing ha ottenuto un verdetto favorevole contro la Bombardier per dazi del 300%, che il gruppo canadese sta cercando di sventare grazie a un’intesa con l’europea Airbus. Stanno diventando inoltre più frequenti casi portati direttamente dalle autorità commerciali Usa, ad esempio nei metalli.

Nafta
La partita qui è ben più drammatica e dalle ripercussioni potenzialmente enormi. In gioco è un interscambio da oltre mille miliardi nell’area di libero scambio nordamericana tra Stati Uniti, Canada e Messico, cresciuto dai 290 miliardi pre-intesa (1994). Gli investimenti cross-border sono similarmente aumentati. Un nuovo studio della Business Roundtable ha stimato che una uscita dal Nafta costerebbe nel solo primo anno 1,8 milioni di posti di lavoro persi negli Stati Uniti. Nonché un calo dell’export del 17,4% verso Canada e Messico e del 2,5% su scala globale. Il potere d’acquisto delle famiglie diminuirebbe di 654 dollari l’anno a causa di aumenti dei prezzi e cali salariali causati dal ritorno di dazi. Il settore agroalimentare statunitense - e interi Stati che vi dipendono quali l’Iowa - risentirebbe di profondi shock da una cancellazione o paralisi del Nafta. È ora in corso a Montreal il penultimo round negoziale richiesto da Trump per il suo desiderio di rivedere o altrimenti cancellare l’accordo. Ogni scenario appare possibile: compromessi in  extremis, rotture, rinvii a ulteriori trattative. Le posizioni finora sono distanti e gli screzi a colpi di sanzioni, anzitutto con il Canada, si sono moltiplicati. Washington nel nuovo negoziato ha chiesto, tra l’altro, di alzare il contenuto di made in Usa nell’auto fino al 50% e di eliminare meccanismi di arbitrato che a suo avviso violerebbero la sovranità nazionale. Molti analisti prevedono che alla fine l’amministrazione Trump cercherà vie d’uscita che non abroghino il Nafta. Anche un avviso di cancellazione dalla Casa Bianca darebbe in realtà ancora sei mesi di tempo per trovare soluzioni.

Acciaio e Alluminio
La Casa Bianca ha tre mesi di tempo per decidere sulle raccomandazioni presentate a gennaio dal Dipartimento del Commercio di tagliare l’import di acciaio e separatamente anche quello di alluminio. In queste vicende a essere invocati sono necessità di sicurezza nazionale, contemplate nella Section 232 della legislazione commerciale, vale a dire motivazioni che rivendicano l'importanza strategica dell’industria domestica. Nel mirino potrebbe esserci anzitutto la Cina, che fornisce metà dell’acciaio mondiale, ma un’azione più ampia potrebbe colpire anche altri produttori, sia asiatici che alleati europei. La discrezione di Trump su queste misure è quasi assoluta, perché riguardano la sicurezza nazionale.

Proprietà intellettuale
L’amministrazione sta considerando sanzioni per furto e violazione di proprietà intellettuale contro la Cina nell’ambito della Section 301 delle legislazioni commerciali. Per una decisione potrebbe aspettare agosto, ma Trump sembra intenzionato a intervenire molto più celermente. Anche in questo caso resta da verificare l'ammontare dei danni stimati dall’amministrazione per un simile effetto sistemico anzitutto sulle tecnologie americane e quindi la cifra delle ritorsioni. Simili valutazioni arriveranno dall’Ufficio del Rappresentante commerciale e dalla Casa Bianca.

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