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I cinque messaggi di Davos all’economia e ai mercati

BILANCIO DEL WEF

I cinque messaggi di Davos all’economia e ai mercati

L’elicottero con a bordo Donald Trump lascia Davos (Reuters)
L’elicottero con a bordo Donald Trump lascia Davos (Reuters)

DAL NOSTRO INVIATO
DAVOS- È stato il mattatore incontrastato della quarantottesima edizione del World Economic Forum (Wef), eclissando i pur acclamati interventi della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron. Gettando sullo sfondo la miriade di temi discussi a Davos tra il 23 e il 26 gennaio da 3mila partecipanti, compresi una settantina di capi di Governo e di Stato e una quarantina di leader di Organizzazioni internazionali. La sua calata sul resort alpino non sarà però l'unico momento di cui si parlerà nei prossimi mesi. Ecco i cinque protagonisti della kermesse elvetica.

Ciclone Trump
Fin dall'annuncio a sorpresa della sua partecipazione al festival nel globalismo, appena due settimane prima del suo inizio, il presidente sovranista è diventato il tema principale del Wef. Trump si è preparato il terreno a dovere con l'annuncio dei dazi su lavatrici e pannelli solari, proprio il giorno in cui i lavori del Forum iniziavano. E ha mandato in avanscoperta una coppia di guastatori, il segretario al Commercio Wilbur Ross e quello al Tesoro Steven Mnuchin, che non ha tradito le aspettative, con dichiarazioni di guerra su commercio e valute. Giovedì è sbarcato di persona, calamitando l'attenzione, e in qualche caso la reverenza magari un po' affettata, di quel gotha della finanza che lo ha sempre snobbato. Mai invitato da businessman, si è tolto la soddisfazione di arrivare da leader della superpotenza mondiale. E si è lasciato omaggiare dai Ceo dei più grandi gruppi mondiali. A dar retta al libro-verità di Michael Wolff, «Fire and Fury», potrebbe essere stato il vero scopo della sua partecipazione: essere accolto dai capitani della finanza e dell'economia. Nella giornata clou, venerdì, quella temuta da tutti, ha rassicurato con un intervento dai toni concilianti. Senza rinunciare al suo mantra: «America First».

La giornata dell'orgoglio europeo
È andata in scena il 24 gennaio, con gli interventi di Angela Merkel e Emmanuel Macron, la coppia del momento. I due leader si sono spesi nella difesa delle istituzioni multilaterali e nella rivendicazione dei valori e del significato storico del progetto europeo. In antitesi con l'isolazionismo di Trump. Due discorsi ispirati, nei quali Merkel e Macron si sono passati il testimone e citati a vicenda, manifestando un'intesa rodata nei vertici bilaterali che hanno preceduto e preparato il Wef. La Merkel ha ricordato gli orrori delle guerre causate dagli egoismi nazionali. Macron ha spronato i partner europei al coraggio dell'azione per costruire un'Europa forte. E ha posto con decisione il tema delle due velocità: «Non potremo raggiungere traguardi ambiziosi in 27, ma chi non vuole andare avanti, non può bloccare gli altri». La «Francia è tornata», ha detto Macron. E vuole stare al fianco della Germania per aggiungere un motore al traino dell'Europa.

Le tensioni sul dollaro
«Il dollaro debole avvantaggia le esportazioni statunitensi». È praticamente appena arrivato a Davos, il segretario al Tesoro statunitense, Steven Mnuchin, quando in una conferenza stampa, il 24 gennaio, lancia la bomba che fa schizzare l'euro a quota 1,24 sul biglietto verde. In pezzi la lunga tradizione statunitense che impone al ministro del Tesoro riserbo sul tasso di cambio, che poi è la linea concordata dai Paesi del G7. Il giorno dopo arrivano le bacchettate del presidente della Bce, Mario Draghi. Anche questa una rarità, ma l'Eurotower è impegnata a risollevare l'inflazione e l'apprezzamento del cambio rischia di vanificarne gli sforzi, allungando i tempi della fine del quantitative easing. Perfino Trump si sente di correggere il suo ministro: «Non è stato capito, gli Usa vogliono un dollaro forte». Resta da vedere se avranno vita più lunga le polemiche o le ripercussioni sui mercati valutari.

Criptovalute tra scetticismo e fiducia
Se ne è parlato ovunque a Davos e se non fosse stato perché il sistema multilaterale e la globalizzazione tremano sotto i colpi di Trump e dei populismi, sarebbe diventato probabilmente il tema centrale del Wef. Il valore di mercato delle criptovalute è passato in poco tempo da meno di 20 a oltre 540 miliardi di dollari. Si sono così guadagnate l'attenzione del Wef, dove il direttore generale dell'Fmi, Christine Lagarde, ha suonato l'allarme: è «inaccettabile» l'utilizzo delle criptovalute per occultare gli illeciti come il finanziamento del terrorismo e il riciclaggio. Se lo scetticismo sulla loro capacità di sostituire le monete tradizionali come mezzo di pagamento è grande, come pure il timore che si rivelino bolle micidiali, altrettanto ampia è la fiducia nella tecnologia che le sorregge: la blokchain. I suoi possibili utilizzi sono ancora tutti da esplorare e non sono in vista aspetti deteriori.

Narendra Modi, eroe per caso della globalizzazione
Il padrone di casa del Wef, Klaus Schwab, gli aveva riservato l'onore di aprire i lavori del Wef. Del resto era dal 1991 che un primo ministro indiano non calcava il palco di Davos. Narendra Modi, leader del partito populista e nazionalista Bjp, alla guida di un governo profondamente riformista, ma anche incline al protezionismo, si è trovato così nel ruolo di alfiere del multilateralismo. Del resto, l'anno prima, la stessa parte l'aveva recitata il presidente cinese Xi Jinping. Con una crescita economica che oscilla attorno al 7% («ma perché noi non possiamo crescere altrettanto velocemente», si è chiesto al riguardo Trump), l'India si contende proprio con la Cina la maglia rosa delle grandi economie a più rapida crescita al mondo. Con un quinto della popolazione (270 milioni di persone) che vive sotto la soglia della povertà e metà delle famiglie senza servizi igienici in casa, il Subcontinente è anche la patria della diseguaglianza. Se c'è un terreno dove si gioca la partita dello sviluppo inclusivo, quello è l'India.

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