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Il Pil Usa corre, Trump chiama il business

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Il Pil Usa corre, Trump chiama il business

  • –Gianluca Di Donfrancesco

DAVOS

Il Pil Usa fa un regalo a Donald Trump nel giorno giusto. Mentre il presidente Usa arringava il gotha finanziario riunito a Davos, ricordando gli «84 record di Borsa» registrati da Wall Street nel suo primo anno di mandato, i posti di lavoro creati e il taglio delle tasse, le statistiche dicevano che nel quarto trimestre 2017, l’economia americana ha tirato un po’ il fiato, crescendo del 2,6%, contro attese del 3% e contro il 3,1% del trimestre precedente. Ma l’amaro in bocca sparisce osservando che nell’intero 2017 la crescita ha accelerato al 2,3% rispetto all’1,5% del 2016.

Il deficit commerciale

A pesare sul trimestre appena chiuso, è stato anche il deficit commerciale, la bestia nera di Trump. Non a caso quello sul commercio è stato uno dei passaggi più sentiti del suo intervento al World Economic Forum (chiuso ieri): «L’America - ha scandito - è favorevole all’apertura degli scambi, purché sia equa e reciproca. Non siamo più disposti a chiudere gli occhi davanti a chi ottiene vantaggi con il furto di proprietà intellettuale, sussidi e sovvenzioni a società di Stato». Una difesa della linea protezionistica adottata dalla sua amministrazione, che però ha subito ieri la bocciatura da parte della International Trade Commission delle sanzioni del 300% raccomandate dal dipartimento del Commercio contro la canadese Bombardier nella disputa con Boeing: per la Itc Boieng non è stata danneggiata.

«America First» non significa, però, «America Alone, ma come presidente degli Stati Uniti - ha detto Trump - metterò sempre gli interessi del mio Paese davanti a tutto, come dovrebbero fare tutti i leader politici». Le preoccupazioni per la politica commerciale Usa hanno pervaso il Forum di Davos. Trump ha affermato che «l’America vuole cooperare per la costruzione di un mondo migliore». E che preferisce gli accordi bilaterali, «ma siamo pronti a riprendere le trattative con i membri della Trans Pacific Partnership, se nell’interesse di tutti».

La politica internazionale

Per dimostrare che l’America non si isola dal mondo, Trump ne ha ricordato gli impegni internazionali, dalla denuclearizzazione della penisola sudcoreana, alla lotta contro l’Isis. E ha richiamato gli alleati della Nato a rispettare gli impegni di spesa nella difesa. Anche perché, «ci sono ancora battaglie da vincere» e tra queste «evitare che l’Afghanistan torni a essere un santuario del terrorismo». Nel discorso di Trump, dal terrorismo si passa rapidamente all’immigrazione: «Per difendere il nostro Paese – ha detto – farò tutto il necessario, «compresa la riforma del nostro sistema di immigrazione. Abbiamo bisogno di selezionare chi entra nel nostro Paese sulla base del contributo che può dare».

Venite in America

«Questo è il momento migliore per investire e assumere in America», Trump lo ha ripetuto più e più volte, quasi un intercalare, mentre si lanciava nell’autocelebrazione dei successi della sua amministrazione. A partire dal taglio delle tasse. «Venite in America», lo aveva già detto alle decine di Ceo incontrati la sera prima a cena, dove i capi dei grandi gruppi europei hanno descritto al presidente le proprie attività negli Usa. Come Joe Kaeser, della tedesca Siemens, che occupa 56mila addetti nel Paese e che, grazie al taglio delle tasse, «ha deciso di sviluppare la prossima generazione di turbine a gas negli Stati Uniti».

Presidente Cheerleader

A soli quattro giorni dal tradizionale discorso sullo Stato dell’Unione, Trump (il cui consenso galleggia ai minimi) ha tenuto il suo intervento in pieno prime time per le tv Usa, rivolgendosi quindi anche ai cittadini americani. Il padrone di casa, il fondatore del Forum, Klaus Schwab, si è goduto il successo della sua scommessa: invitare il presidente sovranista nel sancta sanctorum del globalismo, anche concedendogli l’assist per uno spot autopromozionale. L’applauso della platea di banchieri e uomini d’affari non è stato dei più calorosi, ma non ci sono state le temute manifestazioni di dissenso. Trump, che si è definito la «cheerleader dell’America», ha rivolto un appello «ai potenti del modo presenti qui davanti a me: usiamo il nostro potere per aiutare il popolo».

Infine, una “carezza” ai media: «Da imprenditore, ho sempre avuto una buona stampa, è solo quando sono diventato un politico che mi sono accorto quanto i giornalisti siano cattivi e falsi».

Le reazioni

Il Nobel pr l’Economia, Joseph Stiglitz, non si è lasciato convincere: «È stato il discorso che potevi aspettarti da un venditore d’auto usate». «Sono entrato in sala prevenuto, negativo. Sono uscito dicendo che se solo intende la metà di quello che ha detto, può cambiare», ha invece affermato Davide Serra, numero uno di Algebris.

Le tensioni sul dollaro

Aperta dal segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, che mercoledì aveva dichiarato di apprezzare un dollaro debole, la polemica sui cambi è continuata ieri. Dopo la bacchettata impartita da Mario Draghi giovedì, Benoit Coeuré, membro del comitato esecutivo della Bce, ieri è stato netto: «In questo momento una guerra valutaria è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno. I recenti commenti sui cambi non sono stati utili». L’euro resta sopra quota 1,24 sul dollaro.

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