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Arresti e diritti umani, il controverso cammino saudita verso le riforme

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Arresti e diritti umani, il controverso cammino saudita verso le riforme

Il principe saudita Mohammed bin Salman  (Afp)
Il principe saudita Mohammed bin Salman (Afp)

Sospendere l’Arabia Saudita dalla Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani (la cui nomina, anche nel panel dedicato alla tutela delle donne, aveva già suscitato un coro di polemiche). È questa la richiesta in un documento ufficiale presentato da due avvocati britannici, Ken Macdonald and Rodney Dixon, con un'esperienza in campo internazionale nei diritti umani, ufficialmente consegnato alla Commissione Onu sui diritti umani a Ginevra questa mattina.

Una retata contro gli attivisti dei diritti umani
L'incipit del rapporto, di cui il Sole 24 Ore ha preso visione negli scorsi giorni, descrive una serie di arresti arbitrari che costituirebbero una grave violazione delle leggi internazionali. «Nel settembre del 2017 – si legge nel rapporto commissionato da diverse famiglie delle persone arrestate - le autorità dell'Arabia Saudita hanno effettuato un'ondata di arresti e di detenzioni. Fonti affidabili indicano che più di 60 persone sono state imprigionate, molte delle quali sono ritenute attivisti impegnati nella difesa dei diritti umani o attivisti politici».

Lo stesso avvocato autore del dettagliato rapporto, Rodney Dixon, ha spiegato al Sole: «Da quanto ne sappiamo sono quasi tutti cittadini arabi, ma non solo. Siamo in contatto con una Ong saudita che ha raccolto le testimonianze dei familiari: 31 sono stati arrestati, e alcuni di loro sono stati messi in isolamento senza poter contattare i famigliari. Degli altri non abbiamo notizia alcuna. Sono scomparsi».

Il rapporto redatto dall'avvocato è molto severo: «Nessun mandato d’arresto è stato prodotto. Nessuna accusa è stata formalizzata contro le persone detenute. Per quanto ne sappiamo fino ad ora nessuna di queste persone detenute è stata portata davanti a una Corte». Questi arresti – prosegue il rapporto – «sono arbitrari e costituiscono una violazione delle leggi internazionali sui diritti umani».

Le contraddizioni non ancora risolte
L'era del giovane principe saudita Mohammed bin Salman non rappresenta dunque solo un cammino di riforme sociali ed economiche finalizzato a cambiare volto al Regno saudita. Questa è l'immagine che il potente erede al trono sta cercando di offrire al mondo per realizzare il suo ambizioso progetto di diversificare l'economia saudita dalla petro-dipendenza e privatizzarla con il sostegno degli investitori stranieri. E in quest'ottica in novembre, in occasione del lancio di un avveniristico progetto, un polo industriale da 500 miliardi di dollari, annunciò: «Stiamo tornando a promuovere il vero Islam, una religione moderata e pacifica. Non perderemo 30 anni delle nostre vite legandoci a idee estremiste, le distruggeremo oggi».

In verità sono ancora molte le contraddizioni, e le violazioni dei diritti umani, che la monarchia continua a perpetrare. I riflettori del mondo sono rimasti a lungo accesi sulla controversa maxi retata anti corruzione (senza però formali accuse) che ha portato lo scorso 4 novembre all'arresto (in un albergo di lusso trasformato in carcere) di oltre 200 persone tra businessman, ministri e membri della corona. Un'operazione che potrebbe anche aver risposto alla logica di liberarsi del dissenso interno. E che tuttavia negli ultimi giorni ha portato alla liberazione dei businessman più noti nel tentativo di non allontanare i potenziali investitori stranieri.

La retata di settembre è invece rimasta nell'ombra. Tra gli attivisti in detenzione spiccano i nomi di due famosi chierici moderati, Salman al-Awda e Awad al-Qarni. Proprio al-Awda, forse il chierico più influente in Arabia, sarebbe stato “invitato” dal Governo saudita per dare il suo pubblico sostegno all'embargo contro il Qatar (giugno 2017), accusato di sponsorizzare il terrorismo e di coltivare relazioni pericolose con l'Iran.

Al-Awda fece però il contrario, chiamando alla riconciliazione i due Paesi con un messaggio di tolleranza: «Possa Dio creare armonia tra i loro cuori (di Qatar e Arabia, ndr) per il bene della loro gente». Al-Awda si troverebbe ora in un ospedale a causa della sua precarie condizioni di salute, peggiorate durante il periodo di detenzione.

Al-Awda, il “riformista islamico” che fa paura alla monarchia
Ma chi è quest'influente chierico che può vantare quasi 15 milioni di followers su twitter? Già inviso agli Stati Uniti, oltre che alla monarchia saudita, per le sue posizioni un tempo oltranziste e soprattutto per le critiche contro la decisione di Riad, nel 1990, di permettere agli Stati Uniti di installare le basi militari e proteggere il Paese da una potenziale invasione dell'esercito di Saddam Hussein, al-Awda venne imprigionato per cinque anni, dal 1994 al 1999. Ma dal 2010, l'uomo che era guardato con favore anche da Osama Bin Laden per le sue posizioni anti-americane subì una metamorfosi, trasformandosi in un attivista dedito a promuovere la democrazia e la tolleranza.

Quando arrivarono le primavere arabe, si impegnò in prima persona nel movimento “Islamic awakeing” per sfidare il dominio della famiglia reale. Fu tra i promotori di una petizione per chiedere subito riforme politiche. Due anni dopo avvertì che se il Governo non avesse rilasciato i prigionieri politici e non avesse portato avanti le riforme, ci sarebbero stati dei disordini sociali. Per quanto rimanga un acceso sostenitore della causa islamica, e della sharia, suscitò scalpore il messaggio con cui al Awda si espresse anche nei confronti dell'omosessualità, un tabù: «Sebbene l'omosessualità sia considerata un peccato in tutte le sacre scritture semitiche, non richiede alcuna punizione in questo mondo». Un'affermazione forte in un Paese dove gli atti omosessuali sono un reato punibile con la detenzione e con pubbliche punizioni corporali.

Le Ong internazionali contro Bin Salman
«Questi arresti apparentemente motivati per questioni politiche sono un altro segno che Mohammed bin Salman non ha un vero interesse a migliorare i primati (negativi, ndr) del Paese nel campo della libertà di parola e dello Stato di diritto», aveva dichiarato in settembre Sarah Leah Whitson, direttore per il Medio Oriente di Humans Rights Watch. «Ci sono rapporti credibili che sono avvenuti maltrattamenti e torture durante la loro detenzione», prosegue il rapporto redatto dall'avvocato Rodney.

L'immagine che ne esce del potente principe reggente saudita non corrisponde dunque a quella di politico illuminato deciso a imboccare con forza la strada dei diritti umani e della libertà di espressione. Le organizzazioni internazionali per i diritti umani, già preoccupate per le 137 condanne a morte eseguite nel 2017, restano molto scettiche. Al contrario delle riforme annunciate, ha spiegato Amnesty International, la situazione dei diritti umani si «è deteriorata in modo consistente» da quando bin Salman è divenuto il principe reggente, nel giugno del 2017.

«Ricordo –conclude l'avvocato Dixon- che l’Arabia Saudita aveva assunto la presidenza dei due più importanti panel della Commissione dei diritti umani dell'Onu. Quello che è avvenuto da settembre è stato un vero giro di vite nei confronti del dissenso. Questi arresti arbitrari sono in deciso contrasto con il ruolo dell'Arabia in seno al Consiglio dei diritti umani. Se esiste veramente una agenda per le riforme da parte della nuova leadership saudita, dovrebbe immediatamente mettere fine a arresti arbitrari e alla scomparsa di persone».

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